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 Perche' parliamo da soli?
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Inserito il - 31/10/2020 : 11:04:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Perche' parliamo da soli?

A volte parliamo da soli proprio per restare sani di mente. Più che un segno di follia, si tratta infatti di una strategia fruttuosa, per cui il dialogo rivolto a se stessi consente di approfondire e chiarire i propri bisogni.

Perché a volte parliamo da soli? È forse un segnale del fatto che “stiamo perdendo la testa”? Sappiamo bene che divagare e argomentare ad alta voce senza interlocutore è generalmente mal visto. Si tratta, tuttavia, di una pratica salutare che è bene esercitare di tanto in tanto.

Si dice che grandi geni come Einstein o Newton intrattenessero profonde e complesse conversazioni con se stessi. Quando Conan Doyle creò il suo famoso personaggio, Sherlock Holmes, non esitò a dotarlo anche di questa caratteristica per dimostrare che le menti più brillanti non solo si contraddistinguono per le loro abitudini, ma avevano per le loro singolare pratiche di ragionamento.

Sebbene molti di noi vivano realtà eccessivamente rumorose e spesso optino per il silenzio come strategia per ritrovare la quiete, non è per niente una cattiva idea avviare una sana conversazione con se stessi di tanto in tanto.

Non solo ci terremo compagnia, ma riusciremo anche a mettere ordine in molte attività che richiedono la nostra attenzione. Anche la nostra salute emotiva ci ringrazierà. Nelle prossime righe entreremo più nel dettaglio dell’argomento per capire perché parliamo da soli ogni tanto e perché non è una pratica poi così stramba.

Perché a volte parliamo da soli? Benefici e curiosità

Si è soliti pensare che parlare da soli sia una caratteristica delle persone anziane o delle anime solitarie che, in mancanza di compagnia, cercano disperatamente consolazione. Ma non è affatto vero. È tempo di lasciarsi alle spalle questi falsi miti un po’ troppo colpevolizzanti verso alcuni gruppi. Se volete sapere perché a volte parliamo da soli, la risposta è semplice: perché è del tutto normale per gli esseri umani.

Quante volte vi sarà capitato di sorprendervi a rivolgere a voi stessi un complimento o un rimprovero del tipo: “ma come si fa a essere così distratti? Hai perso di nuovo le chiavi, oggi non è proprio giornata, chissà cosa ti succederà ancora”.

Queste improvvise verbalizzazioni sono piuttosto comuni. Tuttavia, lo è anche il dialogo auto-diretto, ovvero l’avvio di una conversazione con se stessi nella quale approfondire temi importanti.

Lo facevamo già da bambini: egocentrismo infantile

Sono tante le cose che possiamo imparare dai bambini. Oltre al loro sguardo curioso e pronto a sperimentare, scoprire e godere del momento presente, dovremmo soffermarci anche sul loro linguaggio egocentrico. È il termine usato da Lev Vygotsky per riferirsi a una fase infantile nella quale i piccoli non hanno ancora interiorizzato il linguaggio.

È piuttosto comune vederli immersi nel loro mondo e parlare, e non solo con i loro giocattoli. È facile vederli impegnati in dialoghi diretti a se stessi, abitudine che dura qualche anno per poi cessare del tutto.

Parlare da soli ottimizza le prestazioni del cervello

A chi non è mai capitato? Ci troviamo a dover gestire un problema per il quale non riusciamo a trovare una soluzione… il dialogo interiore non basta e a un certo punto lo facciamo, parliamo da soli ad alta voce.

Tale comportamento non solo è segno di sanità mentale, ma anche di intelligenza, come spiega lo studio condotto dall’Università del Wisconsin-Madison. Quando passiamo dal dialogo interiore a quello esterno, cambiano anche le dinamiche cerebrali.

I ricercatori sostengono che usare il linguaggio per comunicare con se stessi migliora la percezione, la memoria e la capacità di risolvere i problemi.

D’altronde, questa competenza comunicativa tipica di noi umani ci avvantaggia da sempre rispetto agli altri esseri viventi. Farne uso, anche se con se stessi, è estremamente benefico.

Come affermava il celebre neurologo Alexander Luria (1980), il linguaggio svolge molto più che una funzione sociale, guida anche i processi cognitivi.

Possiamo diventare i nostri migliori coach e motivatori

Perché aspettare rinforzi esterni? Devono per forza essere gli altri a incoraggiarci ad agire? Abbiamo noi stessi. Possiamo essere i nostri migliori motivatori se ci impegniamo. Dunque, se vi state ancora chiedendo perché parliamo da soli, un’altra risposta potrebbe essere la seguente: il nostro cervello vuole farci trovare dentro di noi la motivazione.

“Sono fiero di te. Ti rendi conto di quanti progressi hai fatto?”, “Dimenticati di quello sbaglio, adesso sai cosa è meglio evitare. Puoi iniziare una nuova fase ora che hai imparato dagli errori. È il momento di crescere e ce la puoi fare”.

Questo dialogo diretto a se stessi è estremamente utile. Attivare quel “viva voce”, ogni tanto, è di grande aiuto per la propria crescita personale. Non bisogna dimenticare, inoltre, un ulteriore vantaggio del dialogo esterno: ci permette di concentrarci sugli obiettivi, su quello che è importante.

Perché parliamo da soli? Per sintonizzarci con le nostre emozioni

Il dialogo esterno possiede un’alta capacità di autoregolamentazione. Non solo ci aiuta a migliorare le facoltà cognitive per risolvere i problemi, ma ci permette anche di essere più consapevoli e di sintonizzarci meglio con le nostre emozioni, per riconoscerle, capirle e gestirle.

Chiedersi cosa proviamo, perché e cosa possiamo fare con quell’emozione, può essere catartico.

Per concludere, dialogare con se stessi è estremamente salutare. Si tratta di una risorsa in più sulla quale fare affidamento, una tecnica da utilizzare per dare alla vita un po’ più di armonia, di equilibrio e benessere.

Bibliografia

Dolcos & Albarracín (2014) The inner speech of behavioral regulation: Intentions and task performance strengthen when you talk to yourself as a You. European Journal of Social Psychology; 44(6): 636-642.
Lupyan, G. & Swingley, D. (2011) Self-directed speech affects visual search performance. The Quarterly Journal of Experimental Psychology; 65(6): 1068-1085.

https://www.sas.upenn.edu/~swingley/papers/lupyanSwingley_qjep11.pdf

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