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Inserito il - 14/11/2011 : 11:35:34
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La cella n° 17 (verità, o leggenda...?)
Quando un uomo è in preda ad un'emozione fortissima, è lecito pensare che, in determinati casi, non è escludibile il verificarsi di eventi che ne potrebbero rappresentare una sorta di "valvola di sfogo psichico"? Eventi che, per la natura stessa dell'incredibile stato emotivo dei soggetti, riescono perfino a superare i comuni limiti impostici dalla materia? La casistica paranormale sembrerebbe rispondere affermativamente. E' noto il famoso caso dei "Volti di Belmèz", tuttora rimasto inspiegato. Meno noto, invece, è quello della contea di carbone della Pensylvania, che potremmo chiamare "Il caso di Alexander Campbell".
Nella seconda metà del XVIII Secolo, le miniere di carbone della Pensylvania costituivano una delle più preziose fonti di energia del Paese, ma le condizioni di lavoro erano in esse a dir poco spaventose. La paga giornaliera superava difficilmente i 50 cent. di dollaro e la giornata lavorativa era lunghissima e pericolosa. I proprietari della miniera, e anche di altre similari, erano in prevalenza inglesi o gallesi; costoro si trovarono ben presto in lotta accanita con i minatori, esasperati dalle condizioni disumane in cui erano costretti a svolgere il loro massacrante lavoro.
Venne così a crearsi una società segreta che si denominò "Mollie Maguieres", e fu proprio questa società che organizzò, per la prima volta in America, uno sciopero contro una compagnia mineraria. Purtroppo, e inevitabilmente, viste le grandi tensioni che una situazione del genere non poteva non generare, le cose si spinsero oltre, e ne nacquero in seguito sanguinosi disordini che causarono la morte di oltre centocinquanta persone. I proprietari, ad un certo punto, studiarono una strategia per annientare la "Mollie Maguieres" ed escogitarono un sistema ai limiti dello spionaggio.
In pratica, fu assoldato un agente inglese, tale James Mc Parlen dell'agenzia investigativa Pinkerton, il quale s'infiltrò nei Mollie Maguieres per studiarne le mosse ed essere in grado di avvisare preventivamente i suoi mandatari. Il lavoro di Mac Parlen fu particolarmente scrupoloso ed efficace: dodici membri della setta furono impiccati e, nel 1877, tale "YellowJack" Donohue fu arrestato con l'accusa di aver ucciso il caposquadra della Le high Coal and Navigation Company. Insieme a lui furono arrestati altri tre uomini per ulteriori presunti assassinii. Tutti ebbero lo stesso verdetto: impiccagione. Due di essi affrontarono fieramente la loro sorte, ma il terzo, un certo Alexander Campbell, giurava e stragiurava di essere innocente. Ma non gli servì a nulla urlare e disperarsi: Campbell venne trascinato, un giorno, fuori dalla sua cella, la n. 17 al primo piano dell'edificio che ospitava le prigioni per essere condotto alla forca.
Il poveraccio, allora, passò la mano sulla polvere del pavimento, precisamente il palmo della mano sinistra, e lo premette per qualche istante sull'intonaco del muro. Subito dopo, più volte, urlò questa frase: "Questa impronta della mia mano resterà qui per sempre a prova della mia innocenza!.." La frase fu ripetuta più volte, mentre il disgraziato si divincolava invano durante il tragitto verso la forca. Molti poterono udirla. I testimoni di quella tragica esecuzione dissero, poi, che, una volta che la botola si fu aperta sotto Campbell, questi ci mise quattordici minuti prima di morire. Come il condannato aveva predetto, però, l'impronta della sua mano rimase.
Nel 1930, lo sceriffo Robert L. Bowman, eletto a guidare la polizia della contea del Carbone, giurò agli elettori che avrebbe cancellato quell' impronta che, da decenni, nonostante tutti i tentativi, restava come una macchia indelebile sull'onorabilità della storia della stessa contea. Fu così che, nel dicembre del 1931, un'intera squadra di operai si recò nella cella n.17, abbatté la parte di muro intonacato che conteneva l'impronta e costruì al suo posto un nuovo tratto di parete. Quando, la mattina dopo, lo sceriffo entrò nella cella, scoprì con orrore il vago profilo di una mano sull'intonaco non ancora del tutto asciutto. Entro sera, però, l'impronta scura di una mano sinistra era visibilissima..
L'ultimo tentativo di far sparire l'impronta, ci fu nel 1978, quando un privato cittadino, scettico su fenomeni di questo genere, s'introdusse di nascosto nella cella e cercò di cancellare quel segno inquietante. Per farlo usò un denso strato di pittura. La mano ricomparve qualche minuto dopo, sulla vernice ancora fresca.
Oggi l'impronta c'è ancora, e la cella viene tenuta chiusa a chiave. Solo ogni tanto, in occasione di qualche sporadico visitatore, la cella n. 17 viene aperta.
Questi fatti sono tutti corroborati da numerose testimonianze le quali, peccato davvero, non possono far parte del "metodo scientifico".
(autore sconosciuto)
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