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 Ayurveda. I suoi principi e concetti base 3
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Inserito il - 16/07/2010 : 10:04:27  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ayurveda. I suoi principi e concetti base 3

(di Anonimo)

(terza parte)

°°°

LE UPANISHAD

Le Upanishad sono l'opera suprema del pensiero indiano, e che sia
effettivamente così, che l'altissima espressione della personalità del
proprio genio, la loro sublime capacità poetica, la loro enorme capacità
creativa in pensiero e in parola, non siano un capolavoro letterario o
poetico della mente ordinaria, ma un ampio flusso di rivelazione spirituale
per questo carattere profondo e diretto, è un fatto significativo, prova di
una mentalità unica e di una non comune inclinazione dello spirito. Le
Upanishad sono nello stesso tempo profonda scrittura religiosa, in quanto
testimonianza delle più assolute esperienze spirituali, documenti di una
filosofia rivelatrice e intuitiva di luce, potere e ampiezza inesauribili e, sia
in prosa che in metrica, poemi spirituali di una assoluta, infallibile
ispirazione costante nel linguaggio, straordinaria per ritmo ed
espressione.

E' la manifestazione di una mente nella quale filosofia e
religione e poesia sono diventate una cosa sola, perché‚ questa religione
non termina in un culto né è limitata ad una aspirazione di tipo eticoreligioso,
ma si innalza verso una scoperta infinita di Dio, del Sé, della
nostra più alta e totale realtà spirituale e di esseri viventi e descrive
un'estasi di luminosa conoscenza e un'estasi di partecipe e compiuta
esperienza; questa filosofia non è un'astratta speculazione intellettuale
intorno alla Verità o una delle strutture dell'intelligenza logica, ma una
verità vista, esperimentata, vissuta, posseduta dalla mente e dall'anima più
profonda nella gioia di esprimere una sicura scoperta e possesso, e questa
poesia è opera di una concezione estetica innalzata oltre il suo ambito
ordinario per esprimere la meraviglia e la bellezza della più rara
autocoscienza spirituale e della più profonda, ispirata Verità del Sé e di
Dio e dell'universo.

Qui lo spirito intuitivo e l'intima esperienza
psicologica dei veggenti vedici perviene a un culmine supremo in cui lo
Spirito, come è detto in un passaggio della Katha Upanishad, svela la sua
più vera essenza, rivela la parola esatta della sua autoespressione e apre
alla mente la vibrazione di ritmi che, ripetuti all'ascolto spirituale
sembrano sostanziare l'anima e porla, ricolma e compiuta, sulle sommità
dell'autoconoscenza.

Le Upanishad sono stata la sorgente riconosciuta di varie e profonde
filosofie e religioni che da esse sono poi scorse in India come i grandi
fiumi dalla culla himalayana rendendo fertili la mente e la vita degli
uomini e hanno mantenuto viva la sua anima lungo il grande procedere
dei secoli ritornando costantemente ad esse per la rivelazione, mai
mancando di dare nuova illuminazione, fontana di inesauribili acque di
vita. Il Buddismo con tutti i suoi sviluppi fu solo una riaffermazione,
sebbene da un nuovo punto di vista e con nuovi termini di definizione e di
ragionamento intellettuale, di un aspetto di questa esperienza e la portò
così modificata nella forma, ma appena nella sostanza, attraverso tutta
l'Asia e a occidente verso l'Europa.

Le idee contenute nelle Upanishad possono essere ritrovate in molto del
pensiero di Pitagora e Platone e costituiscono la parte più profonda del
Neo Platonismo e dello Gnosticismo con tutte le loro importanti
conseguenze sul pensiero filosofico occidentale, e il Sufismo le ripete
soltanto in un altro linguaggio religioso. La parte più consistente della
metafisica tedesca è in sostanza poco più che uno sviluppo intellettuale di
grandi realtà meglio spiritualmente comprese da questo antico sapere, e il
pensiero moderno le sta rapidamente assorbendo con una ricettività
sempre più essenziale, viva ed intensa che promette una rivoluzione tanto
nel pensiero filosofico quanto in quello religioso; ora esse filtrano grazie a
varie influenze indirette, ora si esprimono in modi aperti e diretti. Quasi
non esiste una grande idea filosofica che non possa trovare forza o una
nuova origine o indicazioni in queste antiche scritture, le speculazioni,
secondo un certo punto di vista, di pensatori che non avevano miglior
passato o miglior base culturale al loro pensiero di una rozza, primitiva,
naturalistica ed animistica ignoranza.

E persino le più ampie
generalizzazioni della scienza si ritrovano costantemente applicabili alla
verità delle formule della natura fisica già scoperta dai saggi indiani nel
loro originale, nel loro più vasto significato, nella più profonda verità
dello spirito.

E tuttavia queste opere non sono speculazioni filosofiche di
genere intellettuale, analisi di tipo metafisico che cercano di definire
nozioni, di selezionare idee e di distinguere quante tra di loro sono vere, di
logificare la verità o aiutare altrimenti la mente nelle sue inclinazioni
intellettuali per mezzo del ragionamento dialettico e nel suo concetto di
proporre una soluzione definitiva dell'esistenza nella luce di questa o di
quella idea della ragione e di osservare tutte le cose da quel solo punto di
vista, in quel fuoco e in quella determinata prospettiva. Le Upanishad non
avrebbero potuto avere una vitalità così perenne, esercitare una influenza
così sicura, produrre tali risultati o vedere oggi le loro asserzioni
autonomamente confermate in altri ambiti di ricerca e attraverso metodi
completamente diversi, se fossero state opere di quel genere. E' perché‚
questi veggenti videro la Verità piuttosto che semplicemente pensarla, la
rivestirono anzi di una forte sostanza di intuizione e di immagine
rivelatrice, ma una sostanza di trasparenza ideale attraverso la quale noi
guardiamo verso l'illimitato, è perché essi compresero in profondità le
cose nella luce del Sé e le videro con la visione dell'infinito, che le loro
parole rimangono sempre vive e immortali, di un significato inesauribile,
di una immancabile autenticità, un fine convincente che è nello stesso
tempo un infinito inizio della verità, alle quali tutte le nostre ricerche
quando terminano di nuovo approdano e alle quali l’umanità
costantemente ritorna nelle sue menti e nelle sue epoche di più profonda
visione.

Le Upanishad sono il Vedanta, un libro di conoscenza ad un più
alto grado persino dei Veda, conoscenza nel più profondo senso indiano
del termine, Jnana. Non un semplice pensare e considerare attraverso
l'intelligenza, non il ricercare e il cogliere una forma mentale della verità
con la mente razionale, ma un vederla nell'anima ed un vivere totale in
essa grazie al potere dell'essere interiore, un possesso spirituale attraverso
una sorta di identificazione con l'oggetto della conoscenza, è Jnana. E
poiché è solo attraverso una conoscenza integrale del Sé che questo
genere di conoscenza diretta può essere resa completa, fu questo che i
saggi vedantini cercarono di conoscere, di penetrare e di vivere
nell’identità.

E attraverso questo sforzo essi giunsero facilmente a
comprendere che il S‚ in noi è una cosa sola con il Sé universale di tutte le
cose e ancora che questo Sé non è che Dio e il Brahman, un Essere o una
Esistenza trascendenti, ed essi videro, sentirono, vissero nella più intima
verità di tutte le cose dell'universo e nella più intima verità dell'esistenza
interiore ed esteriore dell'uomo grazie alla luce di questa sola e unificante
visione. Le Upanishad sono inni della conoscenza del Sé dell'universo e di
Dio.

Le grandi formule di verità filosofiche di cui esse abbondano non
sono astratte generalizzazioni intellettuali, realtà che possono rischiare ed
illuminare la mente ma che non vivono e non spingono l'anima ad
ascendere, ma sono ardori e luci di una illuminazione intuitiva e
rivelatrice, raggiungimento e comprensione della sola Esistenza, della
Divinità trascendente, del divino e universale Sé, scoperta della sua
relazione con le cose e le creature di questa grande manifestazione
cosmica.

Canti di un ispirato sapere, essi emanano come tutti gli inni un
tono di aspirazione ed estasi religiose, non del genere scarsamente
profondo proprio a un sentimento religioso minore, ma innalzato, al di là
del culto e di forme particolari di devozione, verso l'universale Ananda del
Divino che ci raggiunge attraverso l'avvicinamento e l’identità con
l'autocosciente Spirito universale.

E sebbene principalmente concernenti
la visione interiore e non direttamente l'agire umano esteriore, tutte le più
importanti etiche del Buddismo e dell'Induismo posteriore sono tuttavia
ancora della stessa vita e del significato delle verità alle quali essi danno
forma espressiva e forza e tuttavia esiste qualcosa più grande di qualunque
precetto etico e norma mentale di virtù, l'ideale supremo di una azione
spirituale fondata sull’identità con Dio e con tutti gli esseri viventi. Perciò
anche quando sono morte le forme del culto vedico, le Upanishad sono
rimaste viventi e creative ed hanno potuto generare le grandi religioni
devozionali e sostenere la duratura concezione indiana del Dharma. Le
Upanishad sono la creazione di una mente rivelatrice e intuitiva e nella
sua illimitata esperienza; la loro sostanza, la struttura, l'espressione, il
linguaggio figurato e le dinamiche sono determinati e contrassegnati da
questo carattere originale.

Queste verità supreme e onnipervadenti, queste
visioni di unità, del Sé e di un essere divino universale sono proiettate in
frasi concise e monumentali che le portano immediatamente di fronte alla
visione dell'anima e le rendono presenti e imperative per la sua
aspirazione e la sua esperienza e sono espresse in brani poetici pieni di
potere rivelatore e di una concezione suggestiva che scopre l'intero
infinito attraverso un'immagine finita. L'uno è là rivelato ma ha anche
dischiuso i suoi innumerevoli aspetti, e ciascuno guadagna pieno
significato attraverso l'ampiezza dell'espressione e trova, come in una
spontanea autoscoperta, il suo posto e la sua coordinazione attraverso
l'illuminante esattezza di ogni parola e dell'intera frase. Le più vaste verità
metafisiche e le più sottili distinzioni dell'esperienza psicologica sono
raccolte all'interno del movimento ispirato e rese immediatamente chiare
per la mente che osserva e colmate di infinite suggestioni per lo spirito
che conosce.

Esistono frasi particolari, singoli distici, brevi passaggi che
contengono in se stessi l'essenza di una vasta filosofia e tuttavia ciascuno
di essi viene pronunciato come un lato, un aspetto, una parte dell'infinita
autoconoscenza. Tutto è di una concisione raccolta e ricca di idee e
tuttavia perfettamente lucida e luminosa, tutto di una infinita
compiutezza.

Un pensiero di questo genere non può seguire il lento,
prudente e prolisso sviluppo dell'intelligenza logica. Il brano, la frase, il
distico, il verso e persino il mezzo verso segue quello che precede con un
intervallo determinato pieno di un significato inespresso, un silenzio che
echeggia tra loro, un pensiero che viene trasmesso in una suggestione
totale ed è implicito alla cadenza stessa ma che la mente è lasciata libera di
elaborare a proprio vantaggio, e questi intervalli di silenzio significante
sono ampi, la cadenza di questo pensiero come i passi di un Titano che
cammina tra rocce distanti su acque infinite.

Si trova una perfetta totalità,
una estesa correlazione di parti tra loro armoniche nella struttura di ogni
Upanishad; ma il tutto è trattato al modo di una mente che vede in uno
sguardo masse di verità e si arresta per estrarre solo la parola necessaria
da un silenzio compiuto. Il ritmo nel verso o la cadenza della prosa
scolpiscono l'idea e l'espressione. Le forme metriche delle Upanishad sono
costituite da quattro semiversi ciascuno chiaramente definito, versi che
sono generalmente completi e dotati di senso, semiversi che presentano
due pensieri o parti distinte di un pensiero che sono unite e si completano
reciprocamente, e la cadenza sonora segue un principio corrispondente,
ciascun passo conciso e marcato della chiarezza del proprio intervallo,
colmo di ritmi echeggianti che permangono a lungo a vibrare nell'ascolto
interiore; ciascun passo è come un'onda dell'infinito che porta in se stessa
interi la voce e il suono dell'oceano.

E' un genere di poesia, parola della
visione, ritmo dello spirito, che non è più stato scritto, né prima né dopo.
Il linguaggio figurato delle Upanishad si è in larga parte sviluppato dal
genere di linguaggio figurato dei Veda e sebbene esso solitamente
preferisca la svelata chiarezza di una immagine direttamente illuminante,
a volte esso usa gli stessi simboli in un modo che è profondamente simile
allo spirito e all'aspetto meno tecnico del metodo di quel simbolismo più
antico.

E' in larga misura questo elemento non più afferrabile dal nostro
modo di pensiero che ha sconcertato certi studiosi occidentali e li ha fatti
affermare che queste scritture sono una combinazione delle più alte
speculazioni filosofiche con i primi goffi balbettii della mente bambina
dell’umanità. Le Upanishad non rappresentano uno scostamento
rivoluzionario dalla mente vedica, dal suo temperamento e dalle sue idee
fondamentali, piuttosto una continuazione e uno sviluppo e in una certa
misura un ampliamento nel senso di una resa in aperta espressione di
tutto ciò che fu tenuto nascosto nel discorso simbolico dei Veda come un
mistero e un segreto.

Esse iniziano a raccogliere il linguaggio figurato e i
simboli rituali dei Veda e dei Brahmana e a trasformarli in modo da
esprimere un senso interiore e mistico che serve come una sorta di punto
di partenza psichico per la propria filosofia, più evoluta e più puramente
spirituale.

Esiste un grande numero di passaggi specialmente nelle
Upanishad in prosa che sono interamente di questo genere ed azione, in
un modo recondito, oscuro e persino incomprensibile per il pensiero
moderno, con il senso psichico di idee allora comuni nella mente religiosa
vedica, la distinzione tra i tre generi di Veda, i tre mondi e altri soggetti
simili; ma, conducendo come fanno nel pensiero delle Upanishad a più
profonde verità spirituali, questi brani non possono essere scartati come
infantili aberrazioni dell'intelligenza privi di senso e di ogni rintracciabile
rapporto con il più alto pensiero nel quale essi culminano. Al contrario
troviamo che essi possiedono un significato sufficientemente profondo
quando riusciamo a penetrare il loro significato simbolico. Questo
significato si mostra in una ascesa psicofisica a una conoscenza
psicospirituale per la quale noi useremmo oggi termini più intellettuali,
meno concreti e immaginativi, ma che è ancora valida per coloro che
praticano lo yoga e riscoprono i segreti del nostro essere psicofisico e
psicospirituale.

Passaggi tipici di questo genere di espressione peculiare di
verità psichiche sono la spiegazione di Ajatashatru del sonno e dei sogni o
i brani della Prashna Upanishad sul principio vitale e le sue azioni, o
ancora quelli in cui l'idea vedica della lotta tra déi e demoni è ripresa e
guadagna il suo significato spirituale e le divinità vediche, più chiaramente
che nel Rig o nel Sama Veda, sono caratterizzate e invocate per la loro
funzione interiore e per il loro potere spirituale. Le Upanishad abbondano
di passaggi che sono ad un tempo poesia e filosofia spirituale, di chiarezza
e bellezza assolute, ma nessuna traduzione priva delle suggestioni e dei
solenni e sottili e luminosi echi di senso delle parole e dei ritmi originali,
può dare alcuna idea del loro potere e della loro perfezione. In altri le più
sottili verità psicologiche e filosofiche sono espresse in modo
completamente sufficiente senza mancare di una perfetta bellezza
nell'espressione poetica e sempre in modo tale da vivere nella mente e
nell'anima e non essere semplicemente offerte alla comprensione
intelligente.

C'è in alcune delle Upanishad in prosa un altro elemento di
vivido racconto e tradizione che ci restituisce, sebbene solo in brevi visioni
fugaci, il quadro di quella animazione e di quel movimento di ricerca
spirituale e di passione verso la più alta conoscenza che hanno reso
possibili le Upanishad.

Le scene del mondo antico rivivono davanti a noi
in alcune pagine, i saggi che siedono nei boschi pronti ad esaminare e
ammaestrare chi si presenta, prìncipi e dotti Bramini e grandi proprietari
terrieri alla ricerca della conoscenza, il figlio del re nel suo carro
e il figlio
illegittimo della serva, ricercando ogni uomo che avrebbe potuto portare
in se stesso l'idea della luce e la parola della rivelazione, le tipiche figure
simboliche e personalità Janaka e la sottile mente di Ajatashatru, Raikwa
del carro, Yoinavalka soldato della verità, calmo ed ironico, che prende
con entrambe le mani senza alcun attaccamento i beni del mondo e le
ricchezze spirituali e lascia alla fine tutti i suoi averi per peregrinare come
un asceta senza casa, Krishna figlio di Devaki che udì una sola parola della
Rishi Gora e conobbe immediatamente l'Eterno, gli Ashram, le corti di re
che furono anche ricercatori e conoscitori spirituali, le grandi assemblee
sacrificali dove i saggi si incontravano e confrontavano la loro conoscenza.


Così noi vediamo come nacque l'anima dell'India e come scorse questo
grande canto delle origini nel quale essa si levò in volo dalla terra verso i
supremi cieli dello spirito. I Veda e le Upanishad non sono solo la
bastevole sorgente della filosofia e della religione indiana, ma di tutta
l'arte, la poesia e la letteratura indiana. Fu l'anima, il temperamento, lo
spirito ideale in essi formato ed espresso che costruì in seguito le grandi
filosofie, edificò la struttura del Dharma, testimoniò la sua eroica gioventù
nel Mahabharata e nel Ramayana, si intellettualizzò infaticabilmente
nell'epoca classica della sua maturità, produsse così tante intuizioni
originali nella scienza, creò un così ricco fervore di esperienze estetiche,
vitali e sensibili, rinnovò la sua essenza spirituale e psichica nei Tantra e
nei Purana, si gettò nella magnificenza e nella bellezza delle linee e del
colore, scolpì e fuse il suo pensiero e la sua visione nelle pietre e nel
bronzo, si riversò in nuovi canali di autoespressione nei linguaggi
successivi e ora dopo una lunga eclissi riemerge sempre identico nella
diversità e pronto per nuova vita e nuova creazione.

La fissata concezione
fondamentale del Vedanta è che là esiste in qualche luogo - e non
potremmo non trovarla - accessibile all'esperienza o all'autorivelazione
anche se negata alla ricerca puramente intellettuale, una verità sola
onnicomprensiva e universale nella luce della quale l'intera esistenza si
trova rivelata e chiarita nella sua natura e nel suo fine. Questa esistenza
universale, con tutta la moltitudine della sua realtà e la diversità delle sue
forze, è una in sostanza ed origine; ed esiste una quantità non conosciuta,
X o Brahman, alla quale essa può venire ridotta, perché‚ da lui è originata
e in lui e attraverso di lui persiste.

Questa quantità non conosciuta è
chiamata Brahman. Ma intanto i veggenti dell'antica India avevano
completato, nei loro esperimenti e sforzi di disciplina spirituale e di
conquista del corpo, una scoperta che nella sua importanza per il futuro
della conoscenza umana oscura le intuizioni di Newton e Galileo; persino
la scoperta del metodo induttivo e sperimentale nella Scienza non è
risultato così fondamentale; perché‚ essi penetrarono sino ai suoi processi
ultimi il metodo dello yoga e attraverso il metodo dello yoga si elevarono
al culmine di una triplice realizzazione. Essi compresero dapprima come
una realtà l'esistenza, al di sotto del flusso e della molteplicità delle cose,
di quella suprema Unità e immutabile stabilità che era stata sino ad allora
ipotizzata solo come una teoria necessaria, una inevitabile
generalizzazione.

Giunsero a comprendere che quello è la sola realtà e
tutti i fenomeni non sono che le sue apparenze e le sue sembianze, che
quello è il vero sé di tutte le cose e i fenomeni non sono che le sue vesti e i
suoi ornamenti. Essi impararono che quello è assoluto e trascendente e
perché assoluto e trascendente, perciò eterno, immutabile, indiminuibile e
indivisibile. E guardando allo sviluppo passato del pensiero, compresero
che questa era anche la meta alla quale li avrebbe condotti il puro
ragionamento intellettuale.

Poiché‚ ciò che è nel Tempo deve nascere e
morire; ma l’Unità e la Stabilità dell'universo sono eterne e devono perciò
trascendere il Tempo. Ciò che è nello Spazio deve crescere e diminuire,
possedere parti e relazioni, ma l’Unità e la Stabilità dell'universo non sono
diminuibili, non sono aumentabili, sono indipendenti dalla modificazione
delle proprie parti e non toccate dal mutarsi delle loro relazioni, e devono
perciò trascendere lo Spazio; e se trascendono lo Spazio non possono
possedere parti, perché‚ lo spazio è la condizione della divisibilità
materiale; la divisibilità deve perciò essere, come la morte, un'apparenza e
non una realtà.

Infine ciò che è soggetto alla Causalità è necessariamente
soggetto al Cambiamento; ma l’Unità e la Stabilità dell'universo sono
immutabili, identiche a ciò che furono negli eoni trascorsi e a ciò che
saranno gli eoni futuri e devono perciò trascendere la Causalità. Questa fu
dunque la prima realizzazione ottenuta attraverso lo Yoga,
nityonityanam, l'Eterno Uno nella moltitudine transitoria. Allo stesso
tempo essi compresero una verità interiore - una verità sorprendente;
compresero che il sé trascendente e assoluto dell'universo costituiva anche
il sé degli esseri viventi, anche il sé dell'uomo, l'essere supremo tra quelli
che abitano il piano materiale sulla terra.

Il Purusha, l'io conscio
nell'uomo che aveva sconcertato i Sankhyas, si è rivelato nella sua realtà
ultima esattamente identico a Prakriti, la sorgente apparentemente non
conscia della realtà; la non- coscienza di Prakriti, come molto altro, si è
dimostrata un'apparenza, non una realtà perché‚ dietro ogni forma
inanimata una intelligenza conscia all'opera è, agli occhi dello yogi,
luminosamente autoevidente.

Questa fu dunque la seconda realizzazione
ottenuta attraverso lo Yoga, cetanascetananam, la Coscienza una nella
moltitudine delle coscienze. Infine alla base di queste due realizzazioni se
ne trova una terza, la più importante per la nostra umanità, cioè che il sé
trascendente in ogni uomo è così completo perché‚ esattamente identico al
sé trascendente dell'universo; perché il trascendente è indivisibile e il
senso dell’individualità separata non è che una delle apparenze
fondamentali dalle quali la manifestazione dell'esistenza fenomenica
perpetuamente dipende. In questo modo l'Assoluto, che sarebbe altrimenti
aldilà di ogni conoscenza, diventa conoscibile; e l'uomo che conosce il suo
intero sé conosce l'intero universo.

Questa stupenda verità è per noi
rinchiusa nelle due famose formule del Vedanta, "so ham", Egli ed io, e
"aham brahma asmi", io sono il Brahman, l'eterno. Basata su queste
quattro grandi verità, nytonityanam, cetanascetanam, so ham, aham
brahma asmi, come su quattro possenti pilastri la suprema filosofia delle
Upanishad ha eretto il suo fronte tra le più lontane stelle.

...


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