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 La mia visione del mondo
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Inserito il - 04/07/2008 : 14:12:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La mia visione del mondo

di Chiara da lista_sadhana


UNA VISIONE DEL MONDO

Immaginiamo di essere al centro di una scala di valori che procede contemporaneamente verso linfinitamente grande e linfinitamente piccolo.

Ora prendiamo a modello una cellula del nostro corpo, anzi, uno dei tanti atomi che compongono una cellula del nostro corpo, anzi uno dei tanti quark che si trovano allinterno di un atomo racchiuso in una delle miliardi di cellule che compongono il nostro corpo, e prendiamo al capo opposto il sistema solare come parte di una struttura pi grande, ad esempio la via lattea (circa 150 miliardi di stelle). Prendiamo ora tutte le galassie osservabili e vediamole come un insieme, finito per quanto grande.

Se teniamo presente che il limite attuale delluniverso osservabile di 50 miliardi di anni luce (4,7 X 1023 km), niente ci vieta di pensare che il sistema solare sia un semplice atomo componente tale immensa struttura.

Cosa ci impedisce, a questo punto, di vedere noi stessi come quark, o atomi, o cellule, di un mega-organismo di cui non conosciamo i confini? Tali confini non possono essere misurabili dallinterno, proprio per una questione legata alla difficolt di osservazione. Sarebbe come se un globulo rosso allinterno del nostro corpo, perso nel vorticoso flusso sanguigno, volesse esaminare le unghie di una mano per stabilirne grandezza, distanza e consistenza. Si potrebbe obiettare che il paragone non calza, in quanto noi non siamo sballottati come un globulo rosso o no? Veramente, la terra ruota su s stessa (e noi con lei) ad una velocit di 1.668 km/h (ai poli un po meno), inoltre ruota attorno al sole (e noi con lei) ad una velocit di 106.000 km/h. Il sole, a sua volta, si muove allinterno della galassia ad una velocit di 19,7 km/sec.

Fantascienza? Pu darsi. Ma, si potr obiettare, noi abbiamo una coscienza ed una capacit di ragionamento che esula dalle possibilit delle cellule o degli atomi. Davvero?

Perch, le cellule staminali non hanno una coscienza o unintelligenza? Forse che ogni singola cellula del nostro corpo non sa perfettamente quello che deve fare e come farlo? In effetti sembrano essere molto pi coscienti di noi in certi momenti Un esempio? Chi non si mai ubriacato? O, senza ricorrere agli eccessi, chi pu dichiararsi cosciente mentre dorme (a parte i pochi fortunati in grado di fare sogni lucidi)?

Per trovare altre affinit, il nostro desiderio di immortalit assomiglia molto a quello della cellula cancerogena, che non si adegua al normale ciclo di nascita/riproduzione/morte di tutte le altre cellule, e si riproduce senza morire mai, fino al caso estremo - qualche volta - che conduce alla morte lessere umano.

In natura tutto pare avere il proprio posto, come in una partita a scacchi dove le possibilit di movimento di alfieri, cavalli e pedoni sono relativamente poche o comunque strutturate da regole ben precise. La vita dellessere umano, al contrario, sembrerebbe un insieme di colpi di fortuna/sfortuna, capacit personali e casi fortuiti.

Alla fine di ogni esistenza, o di ciclo di avvenimenti che riguardano specie, continenti, ere geologiche, ogni tassello del puzzle va al suo posto, tranne che per una variabile di non trascurabile rilevanza: lintervento delluomo. Chiss se davvero cos, ossia se lintervento dellessere umano sempre volontario, cosciente e autonomo, o se in realt le cose non sarebbero potute andare in altro modo da quello che racconta la storia

Come accettare di non conoscere i motivi pi profondi che ci fanno vivere? Come accettare che stiamo interpretando il ruolo di pedoni, alfieri e cavalli su di una scacchiera, inconsapevoli di quello che ci spinge e ci comanda, senza conoscere la strategia del giocatore, senza poter uscire dai solchi gi tracciati per noi, o dalle regole decise da qualcun altro al posto nostro? Come?

Una delle possibili risposte parte da unaltra domanda: avete mai guardato un neonato negli occhi?

Ricordo come fosse ora quando nacque mio nipote - sette anni fa - e il suo sguardo appena uscito dalla sala parto in braccio al pap.

Quello sguardo possedeva la consapevolezza di essere una parte del tutto. Guardava il mondo senza distinguere s stesso dal resto. Non conteneva alcuna traccia di paura, nessuna domanda, ancora nessun bisogno.

Durante la vita siamo sballottati fra desideri, paure, domande, incertezze, senza renderci conto che quando siamo nati era gi tutto dentro di noi: ce ne siamo solo dimenticati, spinti da mille impulsi che ci fanno s crescere, ma a prezzo - a volte - di smarrire la strada, e col rischio di non ritrovarla se non attraverso mille sacrifici.

Non a caso Socrate chiamava la sua dottrina maieutica, larte di far nascere i bambini: insegnava a trovare dentro di s, a tirar fuori, quello che gi c in ognuno di noi. Nessuno ci pu dire qual il nostro compito su questa Terra, semplicemente perch ognuno ha il proprio, come ciascuna cellula di ogni nostro organo, ad un certo punto dello sviluppo fetale, si differenziata dalle altre per adempiere a quel particolare e unico scopo.

I bambini piccoli non sanno distinguere s dallaltro: fino a un certo mese di vita, infatti, non riconoscono neppure la propria immagine allo specchio. Con lo sviluppo cerebrale, del linguaggio e dei processi logici, il mondo viene inquadrato dalle regole imposte dagli adulti preposti alla loro educazione, cosa certamente indispensabile per la convivenza e la sopravvivenza allinterno di una societ, ma spesso troppo repressiva del lato creativo e/o sensitivo.

Mia nonna,ormai divenuta inferma,passava le giornate ad aspettare il suo momento, quello del grande salto. Un giorno in cui era abbastanza lucida le ho chiesto: Nonna, ma tu coshai capito della vita? Mi ha guardato come se si sentisse in colpa di non avere una buona risposta da darmi, una buona eredit spirituale da lasciarmi. Non lo so mi ha risposto.

Novantuno anni, trascorsi fra mille tribolazioni, passando attraverso due guerre mondiali, malattie, sopravvivendo al marito morto quando lei non era ancora trentenne e con due bambine piccole che ha dovuto crescere da sola. Una vita piena di messaggi importanti, al termine della quale chiss se rimarr qualcosa, a parte il ricordo nelle due generazioni successive.

Sarebbe bello poter arrivare a novanta anni con lo stesso sguardo dei neonati, ritrovandosi parte del tutto, anzi, ritrovandosi ad essere il tutto, senza partizioni, conflitti o divisioni, e poter dire ai propri nipoti: Ho capito che la vita accettare di essere tutto, accettare ci che accade come quello che doveva essere e che in effetti stato, senza rimpianti n rimorsi, senza colpe n meriti.

Forse intendeva questo Ges con le sue parole: In verit vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino piccolo, non vi entrer.

Per tornare da dove siamo venuti, dopo aver affrontato il cammino che ci dato percorrere, dovremo forse guardare il mondo come abbiamo fatto appena nati, per ritrovarci parte di un grande organismo che chiamiamo Universo, dove abbiamo svolto, secondo le nostre possibilit, il ruolo che ci stato assegnato fin dalla nascita, senza pi paure, domande o bisogni.

Chiara




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