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 I segni dell'esistenza secondo il buddismo
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Inserito il - 30/06/2020 : 11:02:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
I segni dell'esistenza secondo il buddismo

Quando si parla dei tre segni dell'esistenza, si fa riferimento all'essenza della filosofia zen. Impermanenza, sofferenza e non-sé sono i tre segni che convivono in noi e in tutto quello che ci circonda.

I tre segni dell’esistenza nel buddismo indicano le tre caratteristiche intrinseche nella vita umana. Originariamente venivano indicati con il nome di Tri-Lasana, ma sono anche noti come i tre segni dell’esistenza o i tre segni del Dharma. Si tratta di uno dei principi di base del buddismo.

Queste tre realtà provano a spiegare la natura del mondo sensibile e di tutti quei fenomeni che lo riguardano, oltre a porre le basi per la liberazione personale. Non è solo importante conoscerle a livello concettuale, ma anche accettarle pienamente e in forma autentica a livello emotivo, in quanto relative alla condotta.

I sentimenti vanno e vengono come nuvole in un cielo ventoso. La respirazione consapevole è la mia ancora.
-Tich Nhat Hanh-

Non accettare questi tre segni dell’esistenza proposti dal buddismo causa buona parte dei nostri problemi. Ecco che a volte ci sentiamo confusi, disorientati e perduti. Vediamo quali sono questi tre segni e cosa li rende così importanti.

I tre segni dell’esistenza

1. Impermanenza (Anytya)

L’impermanenza è il primo dei tre segni dell’esistenza. Il buddismo lo definisce così: “Tutto è impermanente”. Ovvero tutto ha un inizio e una fine, niente dura per sempre e, quindi, tutto passa. Tutto muta continuamente e per questo la quiete e la stabilità sono solo un’illusione.

I buddisti sostengono che tutto ciò che esiste al di fuori e dentro di noi è dinamico. Qualunque nuova realtà nasce, vive, muore e rinasce dopo essersi trasformata, solo per iniziare un nuovo ciclo.

Di conseguenza, ciò che eravamo ieri non coincide con ciò che siamo oggi. Tutto ciò che nasce è destinato a morire e nulla nell’intero universo è in grado di evitarlo.

2. Non-sé (Anatt#257;)

Il buddismo sostiene che “Tutto è non-sostanza”. Con questo vuole dire che niente esiste e niente succede in modo del tutto autonomo. Tutto ciò che è e che succede sono associati alle circostanze, a molteplici eventi e fattori. C’è un legame tra tutto quello che esiste, anche se non riusciamo a visualizzarlo chiaramente, in modo palese.

Dal punto di vista individuale, l’insostanzialità si riferisce all’inesistenza di un Io o di un ego reali. Visto che tutto è mutevole, l’Io o la realtà statica sono false idee. Ciascuno di noi è incompleto, fluisce in ogni istante. La nostra esistenza si muove in direzione della sua stessa scomparsa.

Ecco che sulla base di questa prospettiva, il buddismo invita a dimenticare se stessi, a disattendere l’ego. Insiste anche sull’importanza di dedicarsi totalmente al momento presente, al qui e ora, all’istante. Quel che eravamo un tempo e quel che saremo domani non conta. L’importante è l’azione del momento presente. La meditazione, in questo, è di aiuto.

3. La sofferenza (Duhka), uno dei tre segni dell’esistenza

L’ultimo dei tre segni dell’esistenza è la sofferenza, che si manifesta con questo precetto: “Tutto è insoddisfacente”. Vuol dire che niente e nessuno al mondo è in grado di generare una soddisfazione costante e permanente. Per i buddisti, a generare felicità è probabilmente la causa di una sofferenza successiva.

Questa sofferenza viene espressa in tre modi. Il primo è la sofferenza fisica, con cui si esprimono principalmente dolore e malessere. La seconda forma è quella che sopraggiunge a seguito di una perdita, che sia la morte di una persona cara o di una capacità o un’occasione. Il terzo modo in cui si esprime la sofferenza è il meno evidente e, al tempo stesso, il più profondo.

Secondo il buddismo, è possibile smettere di soffrire purché si capisca che l’impermanenza e l’insostanzialità sono elementi imprescindibili dell’esistenza. La sofferenza deriva proprio dalla mancanza di pura accettazione.

Tendiamo a rimenare aggrappati, dimenticando che tutto passa, che tutto cambia e che tutto esiste solo per un istante. Lasciare che tutto scorra, senza opporre resistenza, permette di sradicare l’essenza della sofferenza.

Bibliografia

Hanh, T. N. (2018). El corazón de las enseñanzas de Buda: El arte de transformar el sufrimiento en paz, alegría y liberación. Zenith.


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