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 La scienza per conoscere Dio
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Inserito il - 10/09/2008 : 10:16:26  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La scienza per conoscere Dio

La ricerca di Dio con il metodo della coscienza di Krishna puo' veramente esser definita scientifica?

di Navin Jani

Gli strumenti della scienza moderna non potranno mai trovare Dio, che e' trascendentale, al di la' della realta' materiale.


DIO: L’EVIDENZA; La Delusione di Dio; Dio: l’Ipotesi Fallita; Il Linguaggio di Dio: Uno Scienziato Presenta Prove a favore della Fede. Sembra che scrivere su Dio sia molto di moda tra gli scienziati, sia teisti che atei. Molti di questi autori sono anche stati invitati a parlare in affollate aule universitarie e hanno provocato un grande scalpore. Ma è questo il modo migliore per avvicinarsi al problema dell’esistenza di Dio? La scienza convenzionale, soprattutto nelle sue componenti “più rigorose”, come la fisica e la biologia, non sembra offrire gli strumenti e le tecniche adatte con cui arrivare ad una risposta definitiva. Dall’altra parte molti approcci di tipo religioso sembrano impedire un’applicazione rigorosa della ragione e l’opportunità di esperienze personali. Tra queste due alternative insoddisfacenti, la letteratura vedica dell’antica India offre quella che potrebbe essere una terza opzione più promettente. Per convincerci che le cose stanno così, dovremo prima riflettere sul perché la scienza convenzionale non riesca a portare a compimento questa impresa e poi cercare di comprendere in che modo la scienza spirituale contenuta nella letteratura vedica possa aver successo senza compromettere quello che le persone moderne apprezzano della scienza.

Due sono le teorie fondamentali che impediscono alla scienza convenzionale di esser un modo per conoscere Dio. La prima è la teoria del naturalismo, cioè l’affermazione che tutti i fenomeni materiali hanno cause naturali. (“Naturale” in questo contesto significa osservabile a livello empirico, cioè percepibile con i cinque sensi.) Questa è un’affermazione fondamentale per la ricerca scientifica e in effetti la sua accettazione elimina ogni realtà al di là della portata dei sensi. Detto questo, ci sono interpretazioni in qualche modo più morbide di questa teoria. Alcuni scienziati distinguono il naturalismo metafisico dal naturalismo metodologico. Il naturalismo metafisico è il punto di vista, citato sopra, per cui dietro ogni cosa nel mondo c’è una causa empirica. Secondo questo punto di vista, il sole sorge a causa della rotazione della Terra e non certamente perché è tirato da un’entità invisibile che guida un carro dorato. Il naturalismo metodologico, invece, fa riferimento soltanto al metodo con cui studiamo il mondo sulla base di osservazioni empiriche (cose che possiamo toccare, vedere, sentire e via dicendo) senza necessariamente escludere spiegazioni soprannaturali di queste osservazioni.

Secondo questo punto di vista, potrebbe anche essere un carro a trascinare il sole, ma l’unico modo accettabile per provare questa affermazione sarebbe usare telescopi e strumenti simili. Quindi i fenomeni soprannaturali possono anche esistere, ma non disponiamo di mezzi soprannaturali per verificarli. Sebbene questa prospettiva sia più accomodante, vedremo in seguito che è tuttora troppo restrittiva per chi voglia investigare seriamente sull’esistenza di Dio. Il secondo ostacolo è la teoria della falsificazione. Questa teoria, resa popolare dal filosofo della scienza Karl Popper, stabilisce che affinché un’affermazione sia considerata scientifica, si deve poter provare che è falsa. In altre parole, se lo scienziato A fa un’affermazione ma non c’è alcun modo per lo scienziato B di dimostrare che è sbagliata, allora l’affermazione è da considerarsi non scientifica. Non potendo essere verificata, non può essere presa in considerazione.

Un’interessante conseguenza dell’accettazione di questo criterio a livello scientifico, ed un’altra che tratteremo più compiutamente in seguito, è che in questo modo diventa impossibile verificare qualsiasi cosa. C’è solo la possibilità di invalidare. Tuttavia, così si muove la scienza secondo la teoria della falsificazione. La scienza accetta una teoria se essa può essere usata per spiegare e predire in modo affidabile i fenomeni naturali e se nessun dato la contraddice. Se ad un certo punto viene rifiutata, allora si accetta un’altra teoria e così il ciclo continua. Mentre questa mutevole conoscenza, generata da questo tipo di approccio, può essere accettabile per altri scopi, non è una base appropriata per la comprensione di Dio.


UN DOPPIO LIMITE

Perché queste due teorie gemelle della scienza convenzionale, il naturalismo e la falsificazione, diventano così problematiche quando vengono applicate allo studio del divino? Perché sono paraocchi ingiustificati. Facciamo un’ipotesi per scoprirne il perché. Supponiamo che alcuni teisti appassionati e intelligenti, impareggiabili nel loro modo di eseguire la ricerca scientifica convenzionale e perfetti nella loro dedizione a un essere divino onnipotente, abbiano improvvisamente preso il controllo di tutte le università e degli istituti di ricerca più importanti. Fra alcune decine di anni, qual è il punto più lontano a cui queste persone geniali timorate di Dio ci porteranno? Sicuramente screditeranno tutte le teorie scientifiche fin qui proposte che non contengano un rigoroso concetto di Dio. Potrebbero anche proporre dei loro modelli sofisticati centrati su Dio e perfettamente concordanti con i dati empirici fin qui osservati. La domanda da un milione di dollari però è questa: sarebbero riusciti a provare l’esistenza di Dio? La risposta è no. Certamente avrebbero ridotto l’ateismo ad una posizione irragionevole che nessuna persona intelligente potrebbe sperare di giustificare.

Inoltre avrebbero elaborato una visione totale del mondo completamente dipendente da Dio. Non avrebbero provato però l’esistenza di Dio. Il naturalismo avrebbe impedito loro di presentare dati e prove che trascendono i cinque sensi e il concetto di falsificazione di stabilire qualsiasi tipo di verità definitiva. Legati da queste manette ideologiche della scienza convenzionale, che la limitano a negare teorie usando dati naturali, non sarebbero mai stati capaci di produrre una prova sicura di un’entità soprannaturale. Allora dove ci lasciano questi razionalisti che fanno ricerche spirituali? Se perfino in questa situazione ideale la scienza convenzionale non è in grado di darci la soddisfazione di sapere che Dio esiste, restiamo solo con quella cieca fede in ciò che le autorità c’insegnano? Non c’è modo di usare metodi razionali di osservazione e di sperimentazione per comprendere il Supremo? Se così è, le Scritture vediche dell’antica India perlomeno ci danno un’alternativa.


LE RADICI DELL'ILLUMINISMO

Per apprezzare il valore di quello che la letteratura vedica offre, dobbiamo prima comprendere che il mondo scientifico tiene molto ai principi del naturalismo e della falsificazione, perché essi aiutano a distinguere la scienza dalla falsa scienza. I ricercatori di oggi sono discendenti intellettuali dell’Illuminismo, un movimento del pensiero europeo del diciottesimo secolo che sposta il punto di vista dell’umanità dal cielo alla Terra e i cui proponenti ritengono che la ragione e il progresso siano più importanti del dogma e della tradizione. In questo senso, i membri della comunità scientifica cercano costantemente di definire la scienza come un modo di esplorare il mondo per mezzo della ragione e dell’intelletto, un modo che è aperto agli sforzi e alle iniziative individuali. Sono altresì sono molti attenti a respingere nel dominio della falsa scienza tutti i tentativi che essi interpretano come dipendenti da emozioni soggettive o da una ricezione passiva, che per loro comprendono di solito le religioni di ogni tipo. Entrambi i principi del naturalismo e della falsificazione facilitano questa separazione ed è per questo che i ricercatori principali sono arrivati ad accettarli come dottrine scientifiche.

Ammettendo che la motivazione alla base di questa accettazione sia la buona fede — distinguere la ricerca seria dalle asserzioni fantasiose — una domanda decisiva è se queste teorie sono gli unici mezzi per ottenere questo scopo. No, lo sono se ci rivolgiamo alla saggezza vedica. Evitando le insidie presenti nel naturalismo e nella falsificazione, la letteratura vedica fornisce un metodo di conoscenza che è sempre rigoroso, sistematico e verificabile. In verità, il metodo vedico tradizionale per conoscere Dio (presentato nelle Scritture come la Bhagavad-gita e lo Srimad-Bhagavatam) costituisce un valido modello scientifico, anche se si tratta di una scienza necessariamente legata allo studio dello spirito.


I METODI DELLE SCIENZE "SOFT"

Il primo passo (assai comune) è la realizzazione che Dio è una persona con cui bisogna interagire e non un substrato inerte dell’universo che possiamo trovare e osservare al microscopio. Perciò se guardiamo alla scienza come ad un modello, dobbiamo occuparci delle scienze sociali anziché di quelle naturali. Certamente molti scienziati “hard” non prendono neanche in considerazione che discipline come la psicologia, la sociologia, le scienze economiche possano essere davvero considerate scienze. Questo però non ha impedito a moltissime persone intelligenti di provare ad applicare il metodo scientifico allo studio degli esseri umani e delle loro società. Questi cultori delle scienze sociali sono obbligati a tener conto delle qualità dei loro soggetti di studio, come l’autoconsapevolezza e l’autodeterminazione, che le scienze naturali che indagano sulla materia inerte o sulle specie subumane, in generale si prendono la libertà d’ignorare. Poiché anche lo studio degli umani visti come agenti coscienti fa parte della scienze sociali, perché dovremmo usare i metodi delle scienze naturali per studiare Dio? Se non altro Egli è sovrumano. Allora come possiamo definire la scienza spirituale sociale nella letteratura vedica? Possiamo definire la scienza convenzionale sociale o altro, come “l’osservazione oggettiva del dominio naturale per mezzo dei sensi e delle loro estensioni”.

Visto però che nella letteratura vedica Dio è conosciuto come Adhoksaja (“al di là della portata dei sensi”) e Acintya (“inconcepibile”), la necessità di adattare questa definizione allo studio della trascendenza diventa ovvia. Una definizione di scienza spirituale che tenga conto della natura trascendentale di Dio potrebbe costituire “l’esperienza soggettiva della trascendenza per mezzo della coscienza secondo le indicazioni delle Scritture rivelate”. Questa nuova definizione non è più scientifica? Può sembrare che Srila Prabhupada non la pensasse così. Egli indicava la pratica della vita spirituale come la scienza della realizzazione del sé. Riguardiamo gli elementi che compongono questa “scienza dell’autorealizzazione” per vedere se questa prospettiva è giustificata. Per cominciare, la nostra definizione di scienza coinvolge il soggettivo piuttosto che l’oggettivo. La scienza moderna, però, (attraverso il Principio d’Incertezza di Heisenberg e la Meccanica quantistica) ha portato l’osservatore alle equazioni della fisica impedendogli di restare tranquillamente ai bordi del problema.

Così, la presenza e le percezioni della persona che esegue le misurazioni colora ogni operazione di misura e non esiste più nessuna cosa la cui conoscenza sia indipendente da colui che conosce. È vero, queste verità operano sulla scala infinitesimale quantistica, ma il punto è che la scienza convenzionale ha sostanzialmente dimostrato che l’oggettività è illusoria, perciò possiamo essere difficimente criticati quando parliamo di scienza basata sull’esperienza soggettiva. La componente successiva della nostra definizione di scienza spirituale riguarda l’uso della coscienza anziché dei sensi fisici come nostro strumento primario di ricerca. Questo ovviamente contrasta con la teoria del naturalismo metodologico, che limita le misure agli strumenti visti come estensioni dei sensi. Ma la nostra definizione ha un ulteriore significato scientifico?


ISOMORFISMO

Considerate il principio di isomorfismo, che afferma che lo strumento usato per misurare un certo fenomeno dovrebbe essere specificatamente adatto a quel fenomeno. Nella nostra ricerca di Dio dipendere esclusivamente dai cinque sensi (e dalle loro estensioni meccaniche) contrasta con questo principio, perché essi possono solo percepire la materia, mentre il nostro soggetto è spirituale. Tenendo presente questa limitazione, l’unica cosa ragionevole è sostituirli con uno strumento di misura più adatto. Aderire in modo dogmatico soltanto a quegli strumenti che ci appaiono comodi e familiari — nonostante le loro ovvie limitazioni — è proprio di un ricercatore irrazionale, non di un buon scienziato. A questo proposito alcune decine di anni fa il famoso chimico John Platt, nella rivista Science, ha scritto: Guardatevi dall’uomo che usa un solo metodo, un solo strumento sia sperimentale che teorico.

Egli è portato a farsi orientare dal metodo anziché dal problema. L’uomo che si fa orientare dal metodo è un uomo bloccato; l’uomo che si fa orientare dal problema è perlomeno diretto verso ciò che è più importante. Se vogliamo avere successo nella ricerca dell’esistenza di Dio, come bravi scienziati dobbiamo usare qualsiasi metodo, purché sia il più adatto al problema che abbiamo. La letteratura vedica ci insegna che per comprendere lo spirito supremo, la coscienza suprema, il supremo sé, l’unico strumento adatto è il nostro spirito, la nostra coscienza, il nostro sé. In realtà, è solo la nostra posizione ontologica di parti della Sua Divinità che ci può collegare con Dio.


USARE LA COSCIENZA PER LA RICERCA DI DIO

Dopo aver opportunamente scelto la coscienza come nostro strumento, come dovremmo usarla? Questo è il punto in cui la guida delle Scritture rivelate si mostra decisiva. Essenzialmente seguire le Scritture significa studiare Dio con le Sue caratteristiche, perché Egli è la sorgente originale della scrittura sacra. Adattarsi alle necessità e alle richieste di un soggetto non è estraneo alla ricerca convenzionale della scienza sociale. Il consenso e l’approccio sono di fondamentale importanza, perché non si possono manipolare gli esseri umani contro la loro volontà come se fossero semplici contenitori di elementi chimici o scimpanzè da laboratorio. Se queste considerazioni sono decisive nello studio delle persone comuni, non ci dovremmo meravigliare di scoprire che esse sono importanti nella ricerca di Dio. Se vogliamo aver successo, abbiamo bisogno che Egli sia d’accordo con la nostra ricerca e ci consenta di arrivare a Lui. Potremmo trovare sgradevole questa posizione subordinata, ma dobbiamo renderci conto che stiamo cercando d’incontrare la persona più attiva, più ricca, più potente e più famosa che esista.

I ricercatori della scienza sociale parlano spesso di persone la cui posizione è cruciale, per aiutarli a stabilire importanti contatti. Come ci risulta, Dio ha i Suoi funzionari e noi dobbiamo operare per mezzo di loro per essere ammessi a Dio, proprio come dovremmo operare attraverso una gerarchia corporativa per ottenere un incontro con un dirigente di altissimo livello. Fortunatamente per noi Dio nella Bhagavad-gita ha dettagliatamente presentato le procedure con cui possiamo ottenere l’accesso a Lui. Tra queste la più rilevante è la necessità di accettare un guru. Si tratta di una scelta non scientifica? Niente affatto. Come lo studente che vuole conseguire un dottorato, apprende il metodo della ricerca da un istruttore qualificato, così anche l’aspirante spirituale deve ricevere istruzioni da un esperto.

I ricercatori esperti sia a livello spirituale che materiale possono trasmettere i punti più avanzati della tecnica e della pratica. L’approccio vedico per conoscere Dio contrasta così la dottrina del naturalismo per la sua fiducia nei metodi sovrannaturali e tuttavia è sorprendentemente coincidente con lo spirito della scienza ed anche con molti dei suoi principi essenziali. Si tratta di una scienza più evoluta, in cui è concesso accedere ad una dimensione della realtà completamente diversa, sia sul piano della sistematicità sia su quello della ripetibilità. Che dire dell’altro ostacolo alla conoscenza convenzionale scientifica di Dio, la teoria della falsificazione? Come affronta questo limite la scienza della letteratura vedica?


DUE PROSPETTIVE PER LA CONOSCENZA

Ancora una volta, prima di cominciare a rispondere a queste domande è necessario una premessa generale. La scienza convenzionale e quella vedica hanno punti di vista drammaticamente divergenti sulla conoscenza. La prima sostiene che gli esseri umani non possono conoscere niente in modo positivo o indipendente. Anzi, sulla base dei dati empirici che raccogliamo osservando e interagendo con il mondo fisico, noi ridefiniamo costantemente quello che consideriamo verità. La nostra conoscenza di base e perciò relativa è sempre mutevole. In definitiva, questa situazione significa che in verità non conosciamo niente. Io posso dire che so che il sole sorgerà domani o che c’è un Paese chiamato Cina agli antipodi degli U.S.A., ma questa mia cosiddetta conoscenza è basata solo sulla mia esperienza. Se domani il sole non dovesse sorgere o se io volassi in Cina solo per scoprire che non esiste, semplicemente ridefinirei quello che considero verità.

La conoscenza relativa di oggi può diventare la mitologia di domani. Alla luce di questa definizione di conoscenza, la teoria della falsificazione trova un significato. In realtà non possiamo conoscere ciò che è vero, perciò dobbiamo impiegare il nostro tempo soltanto mostrando quello che sicuramente è non vero e prendere quello che rimane come abbastanza buono per il momento. Le Scritture vediche presentano una visione diversa della conoscenza affermando che noi possiamo conoscere le cose con certezza, nella loro essenzialità e in modo indipendente. La conoscenza assoluta non è soggetta alle fluttuazioni del nostro mondo sempre mutevole. Non ci deve sorprendere che questo principio si applichi nel modo più efficace e glorioso all’unica domanda a cui più di ogni altra vorremmo una risposta: esiste Dio? Sembra molto bello, possiamo dire, ma questa è davvero una conoscenza scientifica assoluta? Sembra proprio di sì. Sebbene presentata nelle scritture rivelate, non la si deve accettare ciecamente, basandosi esclusivamente sulla parola o sull’esperienza di qualcun altro. Secondo lo spirito della ricerca scientifica può essere verificata con lo sforzo individuale.


PIU' SCIENTIFICO DELLA SCIENZA

In effetti si potrebbe sostenere che questo metodo è addirittura più scientifico della scienza convenzionale. Dopotutto, perché molte persone preferiscono la scienza alla religione come mezzo per acquisire la conoscenza? Ritengo che questo accada perché se devono basarsi su dati provenienti da qualche fonte esterna a una qualsiasi figura autorevole, preferiscono i loro sensi (che sono una sorgente esterna in quanto io sono differente dai miei occhi, che possono ingannarmi e lo fanno). Perlomeno in questo caso esse sono coinvolte nel metodo e non sono soltanto dei ricevitori passivi. La letteratura vedica però afferma con forza che non ci si deve basare su nessuna fonte esterna — potete conoscere con i vostri mezzi. La conoscenza non deve restare dipendente dall’esterno, né da una figura autorevole, né dai nostri sensi, ma può diventare qualcosa di veramente interiore. Che cosa può essere più soddisfacente di questo per le persone che desiderano vedere con i propri mezzi?

In questo modo il metodo vedico ci permette di superare i limiti della falsificazione e di conquistare una vera conoscenza positiva, ma in un modo armonico con gli ideali scientifici quali l’osservazione e la verifica condotte in modo indipendente. Naturalmente si comincia con l’accettare l’indicazione delle Scritture per quanto riguarda la fede, ma di nuovo, questo è davvero così contrario alla scienza? Ogni tipo di ricerca convenzionale comincia con un’ipotesi, che è la formulazione di quello che il ricercatore si aspetta di trovare. Questa idea può derivare dalla teoria, dall’osservazione, da precedenti ricerche, dall’esperienza di vita, dall’intuizione — proprio da tutto. Per quanto rigorosi siano i metodi usati per analizzare le ipotesi, la loro origine è irrilevante. Allora perché non partire dalle Scritture? In realtà, anche prima di iniziare la nostra ricerca, le Scritture giocano un ruolo importante. Per non avere problemi immaginando quello che si prova ad avere questa conoscenza positiva, le Scritture vediche usano delle analogie per ispirarci.

Sri Krishna, all’inizio del capitolo più confidenziale della Bhagavad-gita (Capitolo 9), afferma che la conoscenza che Egli Si accinge a descrivere dà “diretta esperienza” (pratyaksa). Sebbene l’argomento in discussione sia chiaramente spirituale, la parola sanscrita usata è la stessa di che viene utilizzata per descrivere la sensazione fisica. E se questo non ci dà un’idea sufficiente, lo Srimad-Bhagavatam (11.2.42) c’insegna:

La devozione, l’esperienza diretta del Signore Supremo e il distacco da ogni altra cosa sono i tre fattori che si presentano simultaneamente in chi ha preso rifugio in Dio, la Persona Suprema, proprio come il piacere, il nutrimento e il sollievo dalla fame si presentano simultaneamente e in modo sempre crescente ad ogni boccone, nella persona che sta mangiando.

Seguendo fedelmente le procedure che Dio ha dato nella letteratura vedica possiamo aspettarci di ottenere un’esperienza di Lui così concreta quanto quella di un pasto. E non si ferma all’interno. Sia la Gita(6.30) che il Bhagavatam (11.2.45) c’insegnano che ad un certo livello d’avanzamento potremo vedere Dio in tutto e in tutti. A questo punto dovrebbe essere chiaro che quello che la letteratura vedica offre è un modo veramente scientifico per conoscere Dio. Anziché invocare un semplice sentimentalismo o una fede cieca, si propone un metodo di coerenza che unisce sia la ragione sia lo sforzo personale e che infine sollecita le anime volenterose a compiere la loro ricerca personale. Allora, per quelli di noi che vogliono veramente fare ricerche sull’esistenza di Dio, l’indicazione è chiara: procedendo sui due binari del naturalismo e della falsificazione la locomotiva della scienza convenzionale può portarci ad una certa distanza nella giusta direzione, ma prima o poi dobbiamo salire a bordo della scienza vedica per raggiungere la destinazione desiderata. Allora perché aspettare fino alla fine del percorso?

Navin Jani sta studiando per ottenere una laurea alla Università della California, ad Irvine, e studia Vastu Vidya e gli aspetti spirituali del disegno. Abita ad Irvine con i suoi genitori e sua moglie, Krishna-priya Devi Dasi.


(da Ritorno a Krishna) www.bbtitalia.com


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