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Inserito il - 31/01/2013 : 10:48:23
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La sostanza universale
Del Dr. Mario Rizzi
che ringraziamo dell'autorizzazione a pubblicare
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- La sostanza universale -
Esiste una sostanza universale, fonte di tutto, così subli-mata e sottile da superare qualsiasi possibile comprensione intellettiva. Al suo paragone, il profumo più delicato, la radio-sità scintillante del sole, l'accesa gloria del tramonto, sono cose grossolane e terrestri. E' "un tessuto di luce" assoluta-mente invisibile all'occhio umano.
La parola "sostanza" può trarre in inganno: è bene riportarla alle sue radici latine: "sub", sotto e "sto", stare. Sostanza è dunque "ciò che sta sotto". Cosi inteso, il termine è molto più indicativo e chiarificatore.
Questa sostanza universale, benché così sottile e inaffer-rabile, in un certo senso è perfino più densa della materia. Se potessimo concepire un agente fuori della sostanza universale, ipotesi contraria a qualsiasi fatto e possibilità, che cercasse di comprimerla o in qualche modo di agire su essa dall'esterno, la sostanza risulterebbe più densa di qualsiasi altro materiale conosciuto.
Inerente alla sostanza, sua perpetua controparte, è la vita. Vita e sostanza sono la stessa cosa, aspetti diversi di una sola realtà e sempre inseparabili. La vita è elettricità posi-tiva, la sostanza, negativa. La vita è dinamismo, la sostanza statica. La vita è attività o spirito, la sostanza è forma o ma-teria. La vita è il padre che genera, la sostanza la madre che concepisce. L'energia è vita (2)
L'intero mondo manifesto sorge dall'energia (e dai fat-tori concomitanti, sostanza e coscienza). Tutto ciò che si vede, dal più piccolo granello di sabbia all'immenso cielo stellato, dal selvaggio al Bud-dha o al Cristo, deriva dall'energia. La materia è energia nella sua forma più densa; lo spirito è la stessa energia nella sua forma più alta e sottile. Così la materia è spirito discendente e degradato; lo spirito è materia ascen-dente e glorificata.
Nell'acquistare densità, l'energia attraversa sette stati o piani. L'uomo ne manifesta tre. Ha un corpo fisico, uno emotivo e uno mentale; funziona quindi su tre livelli. E' in procinto di conoscerne un quarto, più alto: l'Anima o il Sé, pren-dendone coscienza. In questa esposizione elementare non par-lerò dei tre piani superiori.
- La vita è unica -
La vita, come intesa comunemente, altro non è che il manifestarsi di alcune reazioni che un organi-smo offre quando sottoposto a qualche tipo di stimolazione. La vita reagisce con la ricerca di cibo alle necessi-tà alimentari, con la fuga ai pericoli, con la ricerca del sesso com-plementare se il pe-riodo è propizio alla procreazione.
Se le reazioni offerte sono apprezzabili dai nostri sensi noi concludia-mo che siamo di fronte a qual-cosa di "vivente", in caso contrario assu-miamo che sia privo di vita. Questo modo di interpretare le cose non è corretto perché si basa su ciò che i nostri sensi sono in grado di percepire e non sulla vera realtà dei fatti osservati.
La vita è unica e permea tutto il creato fino alla sua parte più infinitesima. La signora Blavatsky, nella sua "Dottrina Segreta", afferma che ogni particella, sia che essa appartenga al regno minerale, vegetale o animale, non è altro che una manifestazione della vita in azione.
- L'evoluzione della vita e della Forma -
Nell'universo che ci circonda è facile riconoscere l'esistenza della materia, dello spazio e del tempo. Esse sono tangibili e nessuno ne metterà mai in dubbio l'esistenza.
Vi è però qualcosa d'altro a cui nei secoli sono stati dati i nomi più diversi. Questo qualcosa è la vita che è in grado di raccogliere ed organizzare la materia per formare un organismo in cui vivere e fare delle esperienze. Lo scopo principale della vita appare infatti come la necessità di costruire forme materiali sempre più perfette in cui potersi esprimere ed acquisire esperienze sempre più complesse.
La vita è continuamente al lavoro per modificare ed organizzare la materia. Con essa la vita crea delle forme, le utilizza fintanto che esse sono diventate inutilizzabili per vecchiaia, malattia o inci-dente, e quindi si ritira. A questo punto la forma si distrugge e le sostan-ze che la componevano ri-tornano nel loro stato primitivo.
Vi è pertanto una evoluzione della vita fatta a spese della forma la quale, d'altro canto, diventa sempre più perfetta. Possiamo assi-stere a questa continua ricerca di perfezione in tutti i regni della Natura. Anche le razze umane, nel loro susseguirsi, ci dimostrano che il piano evolutivo è sempre al lavoro.
L'evoluzione della vita a spese della forma è possibile soltanto perché viene supportata dalla co-scienza. Senza tale supporto la vita non potrebbe continuare perché le sue forme non sarebbero in grado di evitare le cose nocive e di essere attratte da quelle necessarie o comun-que piacevoli.
Possiamo perciò definire la coscienza come la capacità di percepire qualcosa. La coscienza, abbi-nata ad un meccanismo capace di reagire a quanto percepito, crea i presupposti necessari perché una nuova forma di vita possa iniziare e perpetuarsi.
La coscienza permea ogni cosa, il suo manifestarsi diventa però sempre più evidente nel-la misura in cui è evoluta la forma che la ospita. Nell'organismo umano la coscienza può sperimentare dei fe-nomeni esterni e delle sensazioni interiori che sono assolutamente impossibili ai vegetali. Questo fatto dipende dalla complessità e perfezione del sistema nervoso, proprio della razza umana.
Nel nostro organismo, la coscienza compare in ogni singola cellula, questo fatto viene dimostrato da come esse adem-piono in modo del tutto autonomo ai molteplici compiti necessari per la sua so-pravvivenza. Ad un livello superiore è la stessa coscienza che ci permette di riconoscere ed affer-mare "io sono".
- La coscienza nel regno minerale (3) -
Il Prof. Giagadisc Ciandra Bose di Cal-cutta, dopo una vita di ricerche, è giunto a delle scoperte sen-sazionali. E' infatti riuscito, con l'ausilio di delicati strumenti elettronici, a dimostrare che anche i metalli sono in grado di rispondere a determinati stimoli. Pertanto, visto che dimostrano una loro specifica sensibilità devono anche avere un seppur basso livello di coscienza.
Egli ha provato che è possibile "intossicare" i metalli esponendoli agli effetti di sostan-ze chimiche oppure "stressarli" sottoponendoli a stimoli che ne logorano la struttura. In questo modo si è potuto constatare come la reazione fornita da un muscolo sia simile a quella data da un metallo; la stan-chezza viene registrata da entrambi. A titolo di cronaca riferiamo che lo stagno è il metallo che si dimostra più resistente allo sforzo.
- La coscienza nel regno vegetale (4) -
Il precursore delle ricerche sulla "coscienza" dei vegetali fu Cleve Backster, un americano la cui spiccata ricettività gli consenti di sospettare una certa sensibilità in una pianta che teneva nel suo ufficio. Incuriosito dalla constatazione che le foglie della pianta, seppur con minime variazioni, ri-specchiavano i suoi sentimenti o lo stato d'animo di coloro che erano nella stanza, decise di iniziare una serie di esperienze che ebbero risultati sorprendenti.
Applicate delle lamine metalliche ad alcune foglie della pianta, le collegò ad uno strumento in grado di registrare piccolissime variazioni di corrente e di riportarle su un nastro di carta in conti-nuo movimento, fornendo così una registrazione del fenomeno stesso. Con suo grande stupore con-statò come la pianta emettesse debolissime correnti che, con il loro variare, indicavano come essa fosse continuamente in "ascolto" e pronta a reagire ai pensieri ed alle azioni delle persone presenti.
Lo stesso Backster compì in seguito due esperimenti rimasti famosi per i risultati ottenuti. Nel primo esperimento tre piante opportunamente preparate furono poste in stanze diverse pronte a re-cepire eventuali fenomeni. Un congegno ad orologeria, posto in un'altra stanza, faceva cadere, a tempi determinati, dei gamberetti vivi in acqua bollente in modo da ottenerne la morte immediata.
Finita la preparazione Backster ed i suoi assistenti abbandonarono i locali. Al loro ritorno, dopo di-verse ore, quale non fu la loro sorpresa nel riscontrare come tutte e tre le piante avessero emesso un impulso in corrispondenza delle ore e dei minuti in cui i gamberetti avevano incontrato la morte.
Per il secondo esperimento furono scelti sei studenti universitari a cui fu chiesto di entrare, uno dopo l'altro, in una stanza dove erano stati collocati due filodendri. Ad uno studente fu pure chiesto di maltrattare una delle due piante, togliendole gemme e foglie, strappandole rami ed infine rom-pendola in pezzi da lasciare sparsi sul pavimento. Cosa che egli fece così come gli era stato richie-sto.
Dopo qualche tempo fu chiesto ai sei studenti di passare davanti alla pianta sopravvissuta. Essa ri-conobbe immediatamente l'"assassino" emettendo un forte impulso di corrente che fece sobbalzare gli aghi dello strumento e che venne interpretato come un vero grido di terrore.
- La coscienza nell'uomo -
Dal punto di vista psicologico essere coscienti significa essere consapevoli dei nostri stati interni (fisici, emotivi e mentali) e di quelli esterni, generalmente percepiti con i sensi. Comunque il fatto di avvertire le modificazioni avvenute in noi e fuori di noi è solo un aspetto molto limitato della co-scienza. Essa, infatti, si può espandere al punto di percepire la distinzione tra chi che osserva e colui che è osservato, in questo caso prende il nome di "autocoscienza".
Pertanto, quando si parla di coscienza, si intende la capacità di percepire impressioni e sensazioni. Nell'uomo spetta al sistema nervoso il lavoro di forni-re le informazioni alla coscienza. Più il si-stema nervoso è svi-luppato e maggiori saranno le informazioni che essa sarà in grado di ricevere. Una sensazione non è altro che un'informazio-ne che i sensi presentano alla coscienza.
La coscienza compare quando sono in gioco delle differenze. Senza qualche differenza non si crea nulla che la coscienza possa percepire. Perché vi possa essere coscienza vi devono essere almeno due elementi ben determinati:
UN PERCEPIENTE - ovvero un essere in grado di percepire e valutare UNO STIMOLO - ovvero qualcosa che può essere percepito
Ed è proprio la coscienza che, ponendosi tra "colui che conosce" e "ciò che è conosciu-to", permette che il primo diventi consapevole del secondo. La coscienza resta sempre quella, sia che "percepisca" il mondo esterno oppure i movimenti interiori (emozioni, passioni, ecc.).
Se non avessimo la coscienza nessuno potrebbe rendersi conto di esistere e tantomeno di possedere un corpo o di vivere in un mondo di oggetti e di fenomeni. Possiamo perciò affermare, che fonda-mentalmente noi non siamo altro che una "particella" di coscienza individualizzata e perciò in grado di:
1) rendersi conto di esistere, 2) rendersi conto di essere qualcosa diverso dagli oggetti circostanti (autocoscienza) e di poter prendere coscineza di "Sé".
- Chi sei? (5) -
"Chi sei?" Che strana domanda! In verità non sappiamo da dove veniamo. Siamo un ospite di pas-saggio in questa vita. Non sappiamo dove siamo diretti. Se vi fermerete a riflettere scoprirete di co-noscere molto poco di ciò che veramente siete; non contano il vostro nome e indirizzo, la vostra famiglia, il vostro lavoro o i rapporti sociali: queste cose sono all'esterno di voi. Ma se vi venissero tolte e non aveste più niente di esteriore con cui descrivervi, allora chi sareste?
"Conosci te stesso" è il classico consiglio filosofico offerto dai Mae-stri occidentali e orientali di tutti i secoli, perché in questa cono-scenza si trova la risposta completa al grande enigma della vita e della morte e di conseguenza la pace della mente e dello spirito. Ma chi è questo te stesso? Come si può andare alla sua ricerca? Dove si na-sconde? In quale direzione bisogna andare per trovarlo, e se viene tro-vato, come possiamo imparare a conoscerlo? ...
... noi usiamo in continuazione la parola "io". Ma quanto conosciamo questo "io" - quello che pensa, quello che crede, quello che gli piace e quello che non può soffrire? Non potrebbe darsi che il vostro vero essere non abbia assolutamente niente a che vedere con l'io, il quale invece decide che cosa gli piace e che cosa non vuol fare, ecc.?
Certamente questo è un concetto insolito perché noi adoperia-mo generalmente il nostro "io" e cer-chiamo di accontentarlo in ogni modo, dandogli quello che vuole. coltivando le sue convinzioni, le sue preferenze, i suoi pensieri. E' un colpo per noi sentirci dire che l'io è effettivamente un estraneo nella nostra casa, e che ha preso il coman-do delle nostre vite e le gestisce a modo suo!
Con lo studio dello yoga ci possiamo rendere conto che siamo ben lontani da quella comprensione dell'io che riteniamo di avere ("mi co-nosco molto bene") e che inoltre non abbiamo quasi nessun controllo su quello che l'io è o su quello che probabilmente diventerà.
In altre parole, è l'"individuo" o l'io che controlla il nostro vero essere e ci dice che cosa dobbiamo fare. Poiché non ci rendiamo conto di come questo "individuo " ci ha imbrogliati, obbediamo cie-camente ai suoi comandi.
L'uomo cerca continuamente se stesso (6)
L'uomo, consapevolmente o no, cerca continuamente se stesso. Nel profondo della sua coscienza sa che lo scopo della vita è trovare il suo vero io, poiché solo dopo questo ritrovamento egli si risve-glierà alla realtà e potrà "vivere" nel vero e completo senso della parola, esprimendo se stesso e uti-lizzando tutte le sue capacità, tutte le sue qualità, tutte le sue energie. Ogni nostra aspirazione, ogni nostro desiderio, ogni nostra insoddisfazione, ogni nostra ricerca sono in realtà sintomi di questa innata esigenza dell'uomo di raggiun-gere l'autorealizzazione, e sono le manifestazioni este-riori della lotta interna che stiamo combattendo, pur senza saperlo, per metterci in sintonia con il punto centrale della nostra coscienza, che rappresenta il fulcro della vita.
Dal "nosce te ipsum" di Socrate fino alla ricerca dell'individuazione degli psicanalisti moderni, l'uomo ha dimostrato di aver intuito questa verità.
Tuttavia non è facile scoprire questo nostro io reale perché la nostra vera individualità è latente nel profon-do di noi stessi, è come se fosse "inconscia" per noi, e talvolta è addirittura dormiente per cui dobbiamo lot-tare molto, commettendo numerosi errori, prendendo di-rezioni sbagliate, soffrendo e penando, prima di trovare la via giusta che ci porterà direttamente alla sorgente di noi stessi.
PRINCIPALI REGOLE PER AUTOMIGLIORARSI 1) - Rendersi conto di aver bisogno di migliorare. 2) - Decidere responsabilmente di far qualcosa. 3) - Cerca gli strumenti necessari. 4) - Utilizza gli strumenti con pazienza e perseveranza. 5) - Coltiva fiducia ed ottimismo. 6) - Gioisci di ogni piccolo miglioramento. 7) - Evita di condannarti nelle ricadute. 8) - Ricorda sempre: "I problemi li crea l'uomo, non Dio. Se fossero creati da Dio sarebbero eterni e invece, ben ve-diamo, che nell'arco di qualche anno o al massimo di una vita, di tutti i problemi, anche i più gravi, non resta più nulla."
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Riferimenti bibliografici
1) Alice Bailey, L'anima e il suo meccanismo, pag. 54, Edizione Nuova Era, Roma (1973). 2) Ibid. 3) Annie Besant, Studio sulla coscienza, Edizioni Adyar, Settimo Vittone (TO). 4) Cleve Backster, Evidence of primary perception in plant Journal of Parapsicology - Winter 1968. 5) Richard Hittleman, Guida allo yoga pratico, pag. 156, Arnoldo Mondadori Editore, Milano (1976). 6) A. Maria La Sala Batà, Guida alla conoscenza di sé, pag. 5, Editrice Nuova Era, Roma (1989).
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