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 Ayurveda. I suoi principi e concetti base 2
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Inserito il - 15/07/2010 : 19:30:41  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ayurveda. I suoi principi e concetti base 2

(di Anonimo)

(seconda parte)

°°°

I VEDA

I Veda sono la creazione di una antica struttura mentale intuitiva e
simbolica alla quale la mente successiva dell'uomo, fortemente
intellettualizzata e governata da un lato dall'idea razionale e da concezioni
astratte, dall'altro dai fatti della vita e della materia accettati
per come essi
si presentano ai sensi ed all'intelligenza senza ricercare in essi alcun
significato divino o mistico, abbandonandosi all'immaginazione come
gioco della creatività estetica piuttosto che come possibilità di apertura
delle porte della verità e confidando nei suoi suggerimenti solo quando
essi sono confermati dalla ragione o dall'esperienza fisica, esclusivamente
consapevole di intuizioni prudentemente intellettualizzate e recalcitrante
verso la maggior parte delle altre, è cresciuta totalmente estranea.

Non è perciò sorprendente che i Veda siano diventati incomprensibili alle
nostre menti tranne che nel loro aspetto linguistico più esteriore e
conosciuti inoltre molto imperfettamente per l'ostacolo costituito da una
lingua antica e non pienamente compresa, e che si siano fatte le più
inadeguate interpretazioni per ridurre questa grande creazione di una
mente umana giovane e splendida a uno scarabocchio pasticciato e
mutilato, a un pot-pourri incoerente di assurdità di un'immaginazione
primitiva tesa a complicare ciò che altrimenti sarebbe l'assai semplice,
uniforme e comune testimonianza di una religione naturalistica che
rispecchiava solo e solo poteva servire i rozzi e materialistici desideri di
una barbara mentalità di vita.

I Veda divennero poi, per l'idea scolastica e
ritualistica di preti indù e dei Pandit, niente di più che un libro di
mitologia e di cerimonie sacrificali; gli studiosi europei, ricercando in essi
solo ciò che era di un qualche interesse razionale - la storia, i miti e le
nozioni religiose popolari di una razza primitiva - hanno tuttavia fatto il
torto peggiore ai Veda e insistendo su una interpretazione totalmente
esteriore li hanno spogliati ancor di più del loro interesse spirituale e della
loro bellezza e grandezza poetica. Ma così non era per i Rishi vedici o per
i grandi veggenti e pensatori che li seguirono e svilupparono dalle loro
intuizioni luminose e pregnanti una propria, meravigliosa struttura di
pensiero e parola costruita su una rivelazione spirituale e un'esperienza
senza precedenti.

I Veda furono per questi antichi veggenti il Mondo che
scopriva la Verità rivestendo di immagini e di simboli i significati mistici
della vita. Fu una scoperta e uno svelarsi divini della potenza della parola,
della sua misteriosa capacità di rivelazione e di creazione, non la parola
dell'intelligenza logica, razionale o estetica, ma quella di una ritmica
espressione intuitiva e ispirata, il mantra. Immagine e mito vennero
liberamente usati, non come un indulgere all'immaginazione ma come
simboli e parabole viventi di cose estremamente reali per chi le
pronunciava e che non potevano trovare altrimenti la loro forma
espressiva più intima e originale, e l'immaginazione stesa diventava
l'officiante sacro di realtà più grandi di quelle che incontrano e
trattengono l'occhio e la mente limitati dalle suggestioni esterne della vita
e dell'esistenza materiale.

Questa era la loro concezione del poeta sacro,
una mente visitata da qualche più alta luce e dalle sue forme in idea e
parola, un veggente e un uditore della Verità, kavayah satyastrutayah. I
poeti dei versi vedici non contemplavano la propria funzione come è
immaginata dagli studiosi moderni, essi non si consideravano una sorta di
stregoni compositori di inni e di formule magiche al vertice di una rozza e
barbara tribù, ma veggenti e pensatori, rsi dhira. Questi cantori furono
convinti di possedere una alta verità mistica ed occulta, pretesero di essere
i latori di un linguaggio idoneo a una conoscenza divina, e parlarono
esplicitamente delle loro forme espressive come di parole segrete che
dichiarano il proprio significato pieno solo al veggente, kavaye nivaanani
vacamsi.

E per quelli che vennero dopo di loro i Veda furono libri di
conoscenza, e proprio della conoscenza suprema, una rivelazione, una
grande espressione di eterna e impersonale verità quale vista ed udita
nell'esperienza interiore di pensatori ispirati e semidivini. Le più
insignificanti circostanze delle cerimonie sacrificali per le quali gli inni
furono scritti sostenevano un potere significante simbolico e psicologico,
come era ben noto agli autori degli antichi Brahmana. I versi sacri,
ciascuno in se stesso tenuto ad essere pieno di un significato divino,
furono intesi dai pensatori delle Upanishad come le profonde e pregnanti
parole originarie delle verità che essi cercavano, e la più alta
legittimazione che poterono dare alle loro espressioni sublimi fu una
citazione dei loro predecessori con la formula tad esa rcabhyukya,

"questa è la parola che fu pronunciata nel Rig Veda". Ma il semplice buonsenso
dovrebbe dirci che coloro che furono così vicini, in tutti i sensi, ai poeti
originali, dovevano possedere una migliore possibilità di fare propria
almeno la verità essenziale sulla questione e ci suggerisce la forte
probabilità che i Veda furono realmente ciò che pretendono di essere, la
ricerca verso una conoscenza mistica, la prima forma del costante
tentativo della mente indiana, al quale essa è sempre stata fedele, di
guardare aldilà delle apparenze del mondo fisico e, attraverso la propria
esperienza interiore, alla divinità, ai poteri, all'immanenza dell'uno del
quale i saggi parlano in molti modi - la famosa frase nella quale i Veda
esprimono il loro più centrale segreto, ekam sad vipra bahudha vadanti.

Il carattere più vero dei Veda può essere meglio compreso esaminandoli in
qualsiasi punto e interpretandoli chiaramente in relazione alle loro frasi ed
immagini. Se li leggiamo per quello che sono senza nessuna falsa
traduzione in ciò che pensiamo dovrebbero avere detto dei barbari
primitivi, troveremo invece una poesia sacra suprema e potente nelle sue
parole e nelle sue immagini, sebbene in altro genere di linguaggio e di
fantasia creativa rispetto a quelli che noi oggi prediligiamo e apprezziamo,
profonda e sottile nell'esperienza psicologica e stimolata da un'anima di
visione ed espressione profondamente partecipe. I poeti dei Veda
possedevano una mentalità diversa dalla nostra, il loro uso delle immagini
è di un genere peculiare e una antica tendenza della loro capacità visiva
dona un profilo strano alle loro espressioni. Il fisico ed i mondi fisici
furono ai loro occhi una manifestazione, una duplice e varia, e tuttavia
connessa e omogenea rappresentazione di divinità cosmiche, la vita
interiore ed esteriore dell'uomo una divina relazione con gli dèi, e dietro
ogni realtà esisteva il solo Spirito od Essere del quale gli dèi erano nomi e
personalità e poteri.

Queste divinità furono ad un tempo signori della Natura fisica e delle sue
forme e dei suoi principi; i loro dèi, i loro corpi e gli intimi poteri divini
con le loro corrispondenti condizioni ed energia sono innati nel nostro
essere psichico perché‚ essi sono i poteri spirituali dell'universo, i
guardiani della verità e dell’immortalità, i figli dell'infinito e ciascuno di
essi è anche nella sua origine e nella sua realtà ultima lo Spirito supremo
che evidenzia uno dei suoi aspetti.

La vita dell'uomo fu per questi veggenti
una realtà combinata di verità e menzogna, un movimento dal mortale
all'immortale, da una commistione di luce e di oscurità allo splendore di
una verità divina la cui dimora è al di sopra, nell'infinito ma che può essere
costruita nell'anima e nella vita dell'uomo, una battaglia tra i figli della
luce e quelli della notte, l'ottenimento di un tesoro, della vera ricchezza, la
ricompensa garantita dagli dèi all'uomo guerriero, un'avventura ed un
sacrificio; e di questa realtà essi parlarono all'interno di un sistema
stabilito di immagini prese dalla Natura e dalla circostante vita guerriera,
pastorale e agricola della gente ariana, centrato intorno al culto del fuoco,
all'adorazione dei poteri viventi della natura e alla cerimonia del sacrificio.

Ogni dettaglio dell'esistenza profana e del sacrificio erano simboli nella
loro vita e nelle loro attività, nella loro poesia, non simboli morti o
metafore artificiali, ma viventi e potenti suggestioni, controparti di realtà
interiore.

Ed essi usarono inoltre nella loro espressione un corpo stabilito
e tuttavia variato di altre immagini e uno splendido tessuto di mito e
parabola, immagini che diventavano parabole, parabole che diventavano
miti, miti che restavano comunque immagini, e tuttavia tutte queste cose
costituivano per essi, in un modo che può essere compreso di un certo
genere di esperienze psichiche, realtà effettive. Il fisico scioglieva le sue
ombre negli splendori dello psichico, lo psichico cresceva nella luce dello
spirituale e non esisteva alcuna linea netta di divisione in questi passaggi,
ma una fusione naturale e una compenetrazione delle loro suggestioni e
dei loro colori.

E' evidente che una poesia di questo genere, composta da
uomini con questo genere di visione o immaginazione, non può essere né
interpretata né giudicata dai modelli di una ragione e di un gusto fedeli ai
soli canoni dell'esistenza fisica. L'invocazione "Appari o lampo di luce e
vieni a noi!" evoca ad un tempo il fenomeno dell'ascendere e del bagliore
del potente fuoco sacrificale sull'altare fisico e un corrispondente
fenomeno psichico, la manifestazione di una fiamma redentrice di un
potere e una luce divina dentro di noi.

Il critico schernisce la sfrontata e
audace e per lui mostruosa immagine nella quale Indra figlio della terra e
del cielo crea il proprio padre e la propria madre; ma se ricordiamo che
Indra è lo spirito supremo in uno dei suoi aspetti eterni e immortali,
creatore del cielo e della terra, divinità cosmica generata tra il mondo
fisico e quello mentale per ricostruire i loro poteri nell'uomo, vedremo
come l'immagine non sia solo una efficace ma una vera e rivelatrice
rappresentazione, e per la tecnica vedica poco importa se fa violenza alla
nostra immaginazione dal momento che esprime una più grande realtà
come nessuna altra avrebbe potuto con la stessa consapevole attitudine e
la stessa vivida forza poetica. Il toro e la Vacca dei Veda, gli splendenti
pastori del Sole celati nella grotta sono creature abbastanza strane per la
mente fisica, ma non appartengono alla terra e nella loro sfera sono ad un
tempo immagini e realtà effettive piene di vita e di significati. E' in questo
modo che, dall'inizio alla fine, dobbiamo comprendere e riconoscere la
poesia vedica secondo il proprio spirito, la propria visione e la verità
psichicamente naturale, anche se per noi estranea e sovrannaturale, delle
sue idee e delle sue immagini.

I poeti vedici sono maestri dalla tecnica consumata, i loro ritmi sono
scolpiti come carri degli dèi e portati da grandi e divine ali di suono ad un
tempo concentrati e dilatati, ampi nel movimento e sottili nella
modulazione, il loro discorso è lirico per intensità ed epico per elevazione,
un'espressione di grande potere, pura e intrepida e dallo splendido profilo,
dall'effetto diretto e incisivo, pienamente profusa di senso e di suggestione
così che ogni singolo verso esiste allo stesso tempo come cosa definita ed
autonoma e come ampia connessione tra ciò che è venuto prima e quanto
lo segue.

Una sacra tradizione sacerdotale fedelmente osservata diede loro
sia forma che significato, ma questo significato consisteva nelle più
profonde esperienze psichiche e spirituali delle quali l'anima dell'uomo è
capace e raramente o mai le forme degeneravano in convenzione, poiché‚
ciò che dovevano trasmettere era vissuto interiormente da ogni poeta e
rinnovato in espressione nella propria mente attraverso le sottigliezze e le
maestrie della visione individuale.

Le voci dei più grandi veggenti,
Vishwamitra, Vamadeva, Dirghtamas, e molti altri, toccano le più alte
vette e latitudini di una poesia mistica e sublime ed esistono poemi come
l'Inno della creazione che si innalzano in tremenda chiarezza alle sommità
di pensiero sulle quali si muovono costantemente, con una maggiore
ampiezza di respiro, le Upanishad. La mente dell'antica India non sbagliò
nel riallacciare tutta la sua filosofia, la religione e le realtà
essenziali della
sua cultura a questi poeti-veggenti, poiché la futura spiritualità del suo
popolo è contenuta in nuce o nell'espressione originaria. E' una grande
cura e un corretto comprendere gli inni vedici come forma di letteratura
sacra che ci aiuta a vedere il primo sviluppo non solo delle idee-guida che
hanno governato la mente dell'India, ma dei suoi tipi caratteristici di
esperienza spirituale, della sua forma mentale immaginativa, del suo
temperamento creativo e del genere di forme significanti con le quali essa
ha costantemente rappresentato il suo sguardo verso se stessa, la realtà, la
vita e l'universo.

Esiste in gran parte della letteratura lo stesso genere di ispirazione e di
espressione che vediamo nell'architettura, nella pittura e nella scultura.

Il suo primo aspetto è un senso costante dell'infinito, del cosmico, di realtà
viste come parte della visione cosmica o da questa influenzate, dirette a
favore o contro l'ampiezza dell'uno e dell'infinito; la sua seconda
peculiarità è una tendenza a vedere e interpretare la propria esperienza
spirituale con una grande ricchezza di immagini mutuate dal piano
psichico interiore oppure in immagini fisiche tramutate dall'azione di un
significato, un'impronta, una volontà di immagine psichici; e la sua terza
inclinazione è ad immaginare la vita terrestre spesso amplificata, come nel
Mahabharata e nel Ramayana, o altrimenti raffinata nelle trasparenze di
una più vasta atmosfera, accompagnata da un significato più grande di
quello terrestre o comunque presentata sullo sfondo dei mondi spirituali e
psichici e non solo nella propria separata immagine. Lo spirituale,
l'infinito è vicino e reale e gli dèi sono reali e i mondi ulteriori
non tanto al
di là quanto immanenti alla nostra esistenza.

...


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