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 Dimenticare e' piu' difficile che ricordare

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V I S U A L I Z Z A    D I S C U S S I O N E
admin Inserito il - 31/01/2020 : 09:29:02
Dimenticare e' piu' difficile che ricordare

Dimenticare non è un compito facile per il cervello. Così, anche se in certi casi preferiremmo cancellare alcune esperienze ed eventi vissuti, esso si ostina a farceli ricordare. Il motivo? Farci acquisire esperienza allo scopo di imparare.

Tutti, almeno una volta, abbiamo cercato di cancellare dalla nostra mente un ricordo spiacevole, un’esperienza traumatica, una parola spiacevole… Tuttavia, come ben sappiamo, per il cervello dimenticare è più difficile che ricordare. È come se questo affascinante organo ci sussurrasse: «ricordatelo, perché i tuoi ricordi sono l’essenza della tua esperienza».

Sebbene questo aspetto possa apparire scoraggiante, occorre evidenziare che nell’universo delle neuroscienze tutto ha un fine. La memoria costruisce ciò che siamo. Se potessimo cancellare a piacimento un intero capitolo della nostra vita, smetteremmo di essere chi siamo. Perché, dopo tutto, ognuno di noi è costituito da luci e ombre, successi e insuccessi, e persino disgrazie.

Ciò non toglie che sia gli scienziati sia chiunque altro possa chiedersene la ragione. Perché dimenticare è più difficile che ricordare? Perché il cervello non può cancellare un fatto specifico? E ancora perché dimentichiamo alcune cose, mentre altre perdurano come la luce di un faro che ci guida sempre sulle sponde della memoria e della sofferenza? Un recentissimo studio svela le risposte a queste domande.

«È corretto dire che il tempo guarisce tutto, che passerà anche questo. La gente dimentica. Ma questo funziona solo se non sei il protagonista di quel fatto, perché se lo sei, il tempo non passa più, la gente non dimentica e ti trovi in mezzo a qualcosa che non cambia.»
-John Steinbeck-

Perché per il cervello dimenticare è più difficile che ricordare?

L’Università del Texas ad Austin ha condotto una ricerca per scoprire perché per il nostro cervello dimenticare è più difficile che ricordare. Sebbene tutti sappiamo che ciò accade piuttosto di frequente, non erano ancora chiari i meccanismi neuronali che orchestrano tale realtà psicologica.

Jarrod Lewis-Peacock, principale autore dello studio e professore di psicologia presso la stessa università, ci dice che il cervello “dimentica” i dati e le esperienze in maniera continua, e quasi sempre lo fa mentre dormiamo. Lo facciamo inconsciamente e senza averne il minimo controllo. È proprio il cervello a decidere di scartare fatti poco importanti e poco interessanti. Il suo obiettivo è migliorare la sua efficienza.

Attraverso le risonanze magnetiche, è stato possibile osservare anche che quando una persona si sforza di dimenticare un ricordo esatto, poniamo il caso di uno sfortunato tentativo di seduzione sfociato in insuccesso, le aree cerebrali in cui si concentra tutto lo sforzo sono 3. Ovvero, la corteccia prefrontale, la corteccia temporale ventrale e l’ippocampo.

Dimenticare è più difficile che ricordare per via del carico emotivo e delle associazioni

Ci sono ricordi neutri e ricordi altamente emotivi. Come ci spiegano i neuroscienziati, il materiale che dimentichiamo quasi all’istante è quello visivo. Nel corso della giornata dimentichiamo circa l’80% delle cose che vediamo: le targhe delle macchine, i volti delle persone che incontriamo, i colori dei vestiti che indossano gli altri, ecc.

Gli eventi segnati dall’impronta di un’emozione, invece, resistono all’oblio. Se qualcosa ci ha provocato paura, vergogna, paura o felicità, durerà più a lungo nella memoria perché il cervello lo considera significativo.

Gli scienziati aggiungono un altro dato importante: molti dei nostri ricordi sono ricchi perché si formano attraverso le associazioni. Il nostro cervello relaziona immagini, odori, suoni e impressioni a eventi passati. Tutto ciò contribuisce a consolidare ancora di più determinati ricordi.

I nostri ricordi, sia piacevoli che spiacevoli, definiscono chi siamo oggi

Ogni esperienza, sensazione, pensiero, abitudine ed emozione provoca un cambiamento a livello cerebrale. Si crea una connessione, il cervello si riorganizza e si modifica. Dimenticare è più difficile che ricordare perché cancellare un frammento del passato significherebbe cancellare anche quella connessione, quella sinapsi cerebrale.

In qualche modo, ogni esperienza, sia piacevole che spiacevole, prepara il cervello alle esperienze future, e tutte le sinapsi e i cambiamenti cognitivi creati da ogni fatto sentito e vissuto, edificano l’anatomia cerebrale che ci definisce individualmente. Ogni ricordo, ogni sensazione eleva, per dirla così, le montagne delle nostre ere geologiche vitali.

Dimenticare è possibile, ma solo in determinate circostanze

Lo studio citato, condotto dal Dr. Lewis-Peacock dell’Università del Texas, pone l’attenzione su un dettaglio curioso. L’oblio intenzionale è possibile solo in alcuni casi.

Secondo la ricerca, una persona può dimenticare un’esperienza se “genera” un livello di attività cerebrale moderata. Ebbene… che cosa significa?

Significa che se non diamo eccessiva importanza a un fatto (come aver commesso un errore in pubblico) è più facile procedere verso l’oblio.
Se riduciamo l’impatto emotivo su quel dato fatto senza concedergli troppa attenzione, è più facile che quell’esperienza si disperda nella memoria.
Un livello moderato di attività cerebrale è la chiave per favorire l’oblio.
Al contrario, se la componente emotiva è intensa, se concentriamo i nostri pensieri su ciò che vogliamo dimenticare, non ci riusciremo. Sembra ironico, ma il meccanismo cerebrale soddisfa tale regola.

Tenendo presente questo aspetto, non possiamo che comprendere un fatto molto semplice: dimenticare non risolve nulla. Dopo tutto, siamo i nostri successi e i nostri errori e affrontare ogni ostacolo, perdita, errore o disillusione fa parte del nostro apprendimento in quanto esseri umani.

Bibliografia

Tracy H. Wang, Katerina Placek, Jarrod A. Lewis-Peacock. More is less: increased processing of unwanted memories facilitates forgetting. The Journal of Neuroscience, 2019; 2033-18 DOI: 10.1523/JNEUROSCI.2033-18.2019






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