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 Le persone curiose e la loro immensa forza

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V I S U A L I Z Z A    D I S C U S S I O N E
admin Inserito il - 19/01/2020 : 11:32:53
Le persone curiose e la loro immensa forza

Le persone guidate dalla curiosità osano sfidare le convenzioni. Imparano osservando e facendo domande. Hanno la sensazione di avere nelle loro mani la potentissima capacità di scoprire, modificare e creare attraverso spazi ancora sconosciuti

Le persone curiose hanno un superpotere che le rende speciali. Come diceva Albert Einstein, non c’è bisogno di avere un grande talento per spiccare; è sufficiente esseri appassionatamente curiosi. Questa forza interiore, provvista di uno sguardo sempre attento, interessato ai dettagli e concentrato sulle grandi sfide, rappresenta una potenzialità unica.

Stephen Hawking definiva la curiosità come la volontà di non darsi mai per vinti. Volgere lo sguardo alle stelle e non a terra, perché la vera consapevolezza non risiede nelle cose che ci tengono ancorati al terreno, che configurano l’ordinario e che si danno per scontate. Tomas Hobbes, dal canto suo, descriveva questa competenza come la “lussuria della mente”, mentre Victor Hugo ne parlava come di una forma di coraggio.

Potremmo dare tantissime definizioni del concetto di curiosità. Eppure, ve n’è una che contiene la vera essenza di questa caratteristica, quella che ci ricorda che essere curiosi è alla base della crescita dell’essere umano. La curiosità rappresenta un impulso primario che ci spinge, fin da bambini, verso lo sviluppo psicologico e verso un quotidiano entusiasmo nei confronti della conoscenza.

“La cura per la noia è la curiosità. Non ci sono cure per la curiosità.”
-Dorothy Parker-

Le persone curiose sono speciali

Cosa hanno di speciale le persone curiose? Tanto per cominciare, una caratteristica che le definisce è la capacità di porsi interrogativi mai formulati prima. Un esempio sono le leggi del movimento e il concetto della gravità, pensieri definiti da una persona che non è diventata famosa solo perché gli è caduta una mela in testa.

Isaac Newton era un fisico, astronomo, filosofo, matematico, inventore e perfino alchimista. La sua passione per la conoscenza non aveva limiti, la sua curiosità era impossibile da saziare.

Un altro instancabile curioso è stato Charles Darwin, che era solito scrivere migliaia di lettere a persone di cultura in ogni angolo del mondo. Il motivo? Per imparare, per ricevere da parte di esperti risposte alle sue domande su piante, uccelli, insetti, comportamenti umani, espressioni ed emozioni.

Questi due esempi rappresentano alla perfezione quella che gli scienziati definiscono “sete di conoscenza”. Un tipo di motivazione molto sviluppata in determinate persone e che si definisce nei seguenti meccanismi.

Conoscenza e scoperta: le migliori ricompense per le persone curiose

Parlando di psicologia dell’apprendimento, la curiosità è semplicemente un particolare tipo di motivazione basata sul meccanismo della ricompensa. La sensazione di scoprire qualcosa di inaspettato, la capacità di rispondere a una domanda o di risolvere un enigma, una sfida o un dubbio, sono tutti fattori che muovono la persona curiosa.

Questa stessa conclusione è stata raggiunta da uno studio condotto presso l’Università della California e pubblicato sulla rivista Cell. In questo studio il dottor Matthias Gruber e i suoi collaboratori hanno dimostrato che il cervello delle persone curiose funziona in modo diverso. Il loro sistema dopaminergico, per esempio, presenta un’intensità e una capacità di connessione più elevate.

Questo dimostra perché il cervello di un bambino o di un adulto curioso traggano grande soddisfazione da un apprendimento basato su un meccanismo di ricerca e di superamento di ostacoli. I centri di ricompensa e l’ippocampo sono aree ampiamente stimolate in queste persone.

La mancanza di curiosità e la perdita dell’impulso vitale

Donald W. Winnicott, noto pediatra diventato poi psicoanalista, scrisse sulla mancanza di curiosità tra gli anni 50 e gli anni 60 del secolo scorso. Secondo Winnicott, quando l’essere umano perde la sua curiosità, vede svanire il proprio impulso vitale, la propria creatività, la propria spontaneità e, alla fine, la propria felicità.

Perché ciò accade? Secondo Winnicot e l’esperienza maturata in quegli anni, alcune persone creano un falso Io. Personalità frustrate, incatenate alla routine del loro lavoro, agli infiniti problemi da risolvere, ai traumi mai trattati e a un’apatia che li estranea dal loro Io autentico e luminoso.

Se una persona non è soddisfatta della propria vita, il suo potenziale viene oscurato. La motivazione svanisce, così come, ovviamente, la curiosità.

Aprire i propri sensi, risvegliare la propria curiosità

Siamo tutti profondamente creativi e in possesso di grandi risorse. Ma il nostro lavoro, i nostri studi e perfino il modo in cui è organizzata la nostra società debilitano il nostro spirito curioso. Ciò accade perché le persone curiose sono viste a volte come un pericolo, dato il loro tentativo di sfidare le convenzioni, di sovvertire ciò che viene dato per scontato e che, per molti, è meglio non cambiare.

Eppure, il quadro migliora quando apriamo i sensi e sperimentiamo. Dobbiamo risvegliare i nostri sensi, i nostri interessi e la nostra passione, oltre alla voglia di essere ancora bambini e divertirci scoprendo, sentendo ed entusiasmandoci.

Viviamo in un mondo dove ogni dubbio o domanda può essere chiarito grazie a un motore di ricerca. Ma hanno un valore molto più alto tutte quelle risposte che giungono attraverso un’esplorazione della realtà. La curiosità viene incentivata investigando, viaggiando, conoscendo nuove persone, adottando un pensiero critico e divergente, usando uno sguardo più attento e, soprattutto, motivato.

Come diceva Stephen Hawking, dobbiamo guardare più spesso le stelle; guarire la nostra noia con la curiosità come suggeriva la famosa scrittrice Dorothy Parker.

Bibliografia

Gruber, M. J., Gelman, B. D., & Ranganath, C. (2014). States of Curiosity Modulate Hippocampus-Dependent Learning via the Dopaminergic Circuit. Neuron, 84(2), 486–496. https://doi.org/10.1016/j.neuron.2014.08.060






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