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 Come decidiamo che ci serve una pausa

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V I S U A L I Z Z A    D I S C U S S I O N E
admin Inserito il - 24/01/2013 : 11:25:41
Come decidiamo che ci serve una pausa

22 gennaio 2013

La decisione su quando è il momento di prendersi un break e su quanto deve essere lungo dipende da due aree cerebrali, l'insula e il talamo, che valutano la fatica accumulata. La soglia che fa scattare il bisogno di una pausa dipende in primo luogo dalla difficoltà del compito: quanto più è arduo, tanto prima la si raggiunge. Tuttavia, la soglia si innalza in misura proporzionale a eventuali incentivi, grazie a cui la fatica è sentita come più sopportabile e i tempi di ripresa sono più brevi (red)

lescienze.it

“Facciamo una pausa”. Detta fra sé e sé mentre si porta una pesante valigia su per le scale, o rivolta a dei colleghi durante una riunione, la frase punteggia regolarmente qualsiasi lavoro che richieda un impegno protratto, e nella grande maggioranza dei casi non è frutto di una decisione precedente, ma dipende dalla stanchezza accumulata.

Ma in che modo il nostro cervello decide che è il momento di fermarsi per un po'? A stabilirlo sono due aree cerebrali specifiche, l'insula posteriore e il talamo ventromediale, come rivela uno studio condotto da ricercatori dell'Université Pierre et Marie Curie a Parigi, che ha iniziato a chiarire in che modo distribuiamo le nostre forze nel tempo.

Una delle analisi più significative sul modo in cui gestiamo le energie durante l'esecuzione di un compito risale addirittura agli inizi del XX secolo, quando lo psicologo William James ipotizzò l'esistenza di un segnale per la fatica che si accumula durante uno sforzo e che farebbe scattare la decisione di fermarsi nel momento in cui si raggiunge una certa soglia, influenzata anche dalle circostanze in cui viene eseguito il compito.

Per verificare questa ipotesi, Mathias Pessiglione e colleghi, che firmano un articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, hanno chiesto a 39 persone di stringere con forza una manopola. I volontari dell'esperimento avrebbe ricevuto una ricompensa che aumentava con l'aumentare dell'entità e della durata della presa. Nel corso delle diverse sessioni sperimentali i ricercatori hanno fatto variare la resistenza opposta dalla manopola e l'entità dell'incentivo. I soggetti - che potevano monitorare su uno schermo l'intensità dello sforzo e il livello di soldi via via guadagnati – venivano nel frattempo monitorati con risonanza magnetica funzionale (fMRI) per un'accurata localizzazione del segnale ipotizzato e con magnetoencefalografia (MEG) per una sua precisa caratterizzazione temporale.

L'analisi dei dati raccolti ha confermato l'ipotesi di William James: i ricercatori francesi hanno rilevato un segnale nell'insula posteriore - una regione del cervello coinvolta nella percezione del dolore - e nel talamo ventromediale. I livelli di intensità del segnale si accumulavano durante la produzione dello sforzo per scomparire durante il riposo. Inoltre, la difficoltà del compito accelerava l'accumulo del segnale, mentre l'aumento di valore degli incentivi monetari ne rallentava sia l'accumulo durante lo sforzo sia la dissipazione durante il riposo.

http://www.pnas.org/content/early/2013/01/16/1211925110





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